1936 - 1943

Eva Cantarella

Diritto e società in Grecia e a Roma (Scritti scelti)

Pag. 816

"Assai poco materno anche il comportamento nei confronti di Elettra.

A differenza del fratello, Elettra non è personalmente pericolosa: la vendetta è compito maschile. Ma potrebbe generare figli maschi, futuri vendicatori: per evitarlo, del tutto indifferente alla infelicità cui condanna la figlia, CIitennestra la da in moglie a un contadino, che, perfettamente conscio dell'abisso sociale che lo separa dalla sua principessa non si unirà mai a lei.

Prova ulteriore della violenza e della crudeltà di Clitennestra sta nel suo comportamento con Cassandra, uccidendo la quale dichiara che la sua morte "aggiunse condimento al piacere del mio letto" (Aesch., Agam., 1446-1447). Superfluo dirlo, questa esplicita affermazione del piacere sessuale provato uccidendo è un altro segno della sua mostruosità come essere di sesso femminile. Ancor più "mostruosa", poi, è la vera ragione per la quale uccide Cassandra: anche se alcuni dei suoi accenti fanno pensare alla gelosia, la vera ragione è un'altra. Come dichiara esplicitamente, più volte, CIitennestra ama Egisto, non Agamennone. E per le ragioni che vedremo, c'è da crederle. La vera ragione, la ragione prima per la quale elimina Cassandra è la brama di potere desiderio, che in lei è necessità, di rivendicare il suo ruolo di signora unica della casa e del regno, che in assenza del marito ha assunto: di nuovo "mostruosamente", innaturalmente,contro quella che si presumeva fosse la natura femminile.

Questi, i tratti fondamentali dell'immagine canonica di Clitennestra: adultera, violenta, crudele, assetata di potere, assassina."

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Iosif Brodskij - Poesie (Adelphi)

 Pag. 26-27 (Trad. Giovanni Buttafava)

 Abbozzo

 1972

"Trema il lacchè. Lo schiavo ride. 

Il carnefice affila la scure. 

Il tiranno divora capponi. 

E la luna d'inverno è sul balcone. 

Serie: La Nostra Patria, una stampa. 

Femmina e Soldato sulla branda. 

La vecchina il morto fianco gratta. 

Un lubòk. Serie: La Nostra Patria.

Un cane abbaia al vento. San 

Borìs sfida san Gleb a duello. 

Le coppie, in sala, roteano nel ballo. 

In anticamera un ammasso. 

La luna brilla, male agli occhi. 

Sotto, come un cervello a sé, un nuvolotto... 

Accidenti, pittore, che bel saggio! 

Va a cercarti un altro paesaggio."

 

Pag. 35-36-37-38-39-40 (Trad. Giovanni Buttafava

 

Nunc dimittis

 

(Marzo 1972)

"Quando la prima volta portò il Bambino al tempio fra coloro che stavano lì dentro e non si allontanavano mai, c'erano il santo Simeone e la profetessa Anna. 

E dalle braccia di Maria il Bambino prese il sant'uomo; i tre, in quel mattino, persi nella penembra, come cornice incerta, stavano intorno al Bambino in un serto. 

Il tempio li accerchiava, come impietrito bosco. 

Dagli sguardi degli uomini e dall'occhio del cielo nascondeva la volta, stendendo un'ombra spessa, in quel mattino il vecchio, Maria, la profetessa. 

Per caso solo un raggio di luce sulla fronte del Bambino cadeva; Egli di nulla ancora era cosciente e soffiava nel sonno, quieto fra le braccia forti di Simeone. 

A quel giusto era stato rivelato che non avrebbe visto il morto buio, prima d'avere visto il Figlio del Signore. 

Il fatto era compiuto. E il giusto disse: «Ora, serbando la parola che fu data, lascia Signore, che il tuo servo vada in pace, poiché gli occhi miei il Fanciullo hanno veduto: Egli è tuo rampollo, sarà luce che illumina le genti infedeli, e gloria del tuo popolo, Israele!». 

Simeone si tacque. Il silenzio su di loro scese, e soltanto l'eco di quelle parole, sfiorando le capriate, ancora un breve tempo, frusciando, turbinò sotto le volte del tempio, sopra le teste, come un uccello che ha la forza di alzarsi in volo ma non di posarsi. 

E si meravigliarono. Il silenzio non era meno strano del discorso. 

Maria turbata taceva. Quelle parole... 

Ancora il vecchio a Maria si rivolse: «Ed ecco ora serbato da te sia per la caduta o la resurrezione di molti, e come segno di contraddizione. 

E quello stesso ferro, o Maria, che la sua carne tormenterà, pure te trapasserà nell'anima, affinchè questa ferita ti faccia vedere dei cuori umani i segreti pensieri». Disse e all'uscita savviò. Appena curva Maria, tutta ingobbita Anna seguivano in silenzio con lo sguardo fra l'ombra delle colonne il vegliardo che impiccioliva e di corpo e di senso. 

E camminava quasi da quegli occhi sospinto, per il tempio deserto, muto, smorto, verso la macchia bianca della porta. La sua andatura era rigida, da vecchio. 

Simeone trattenne il passo un poco, quando sentì risuonare la voce di Anna: ma non lui chiamava, invece rendeva grazie a Dio la profetessa. 

Savvicinava la porta. Fronte e veste sfiorava il vento già, e scoppiò dentro l'udito oltre il recinto il rumore della vita. 

Egli andava a morire. Spalancò le porte, e non sul chiasso della via, ma della morte sul regno sordomuto. E andava 

Simeone in uno spazio privo di spessore, sentiva il tempo che perdeva suono. 

L'immagine del Bambino con la luce intorno al capino piumoso, sulla via della morte dinanzi a sé portava l'anima sua, come torcia accesa, nella tenebra scura, dove non era stato concesso a nessuno fino ad allora di illuminarsi la strada. 

Ardeva il lume e la via sall'argava."

 

Pag. 50-51-52-53-54-55-56-57 (Trad. Giovanni Buttafava)

Farfalla

(1972)

"I

Dirò: sei morta? con una vita di ventiquattrore! 

Troppa amarezza in questo scherzo del creatore. 

Riesco con sforzo a pronunciare «vita» nell'unità di data di nascita e di consunzione fra le mie dita; mi confonde sottrarre una di quelle due grandezze nello spazio di un giorno.

II

Perché i giorni per noi sono nulla. Un vuoto zero, nulla. Non puoi appuntarteli al muro e agli occhi renderli commestibili: sul bianco sfondo non possedendo corpo sono invisibili. 

Come te sono i giorni, e quale peso poi rimpicciolito dieci volte può avere un giorno?

lll

Dirò: tu non esisti? 

Ma cosa mai allora di simile in te sente la mia mano? e quei colori d'inesistenza non son frutto. 

E chi ha suggerito quelle tue tinte? 

Io non avrei la forza, io, grumo borbottante di parole al colore estranee, di immaginare questa tua tavolozza.

IV 

Sulle tue ali piccole pupille e ciglia - o belle donne e uccelli tu, ritratto volante, dimmi, di quali volti questi sono frammenti? 

E la tua nature morte di quali particelle, di quali briciole è fatta: di cose, frutti? o magari di pesci un disteso trofeo?

V

Forse tu sei paesaggio, attraverso una lente scopro un gruppo di ninfe e una danza e una spiaggia. 

E fa chiaro laggiù, come qui? oppure è cupo come di notte? e quale astro percorre, di, quella volta celeste? 

Quali figure in quel paesaggio? e, dimmi, è copia di quale vero?

VI 

Penso che tu sia questo e quello: di volto, oggetto, stella tu rechi i tratti. 

Quell'orafo chi fu che cesellò di fino senza aggrottare i sopraccigli sulle ali quel mondo che ci stringe, che impazzire ci fa, quel mondo dove tu sei l'idea della cosa e noi la cosa stessa?

VII

Dimmi perché quel vago ricamo ti fu dato in dono soltanto per un giorno nel paese dei laghi, le cui specchianti superfici conservano lo spazio? A te invece questa breve esistenza riduce la speranza di finir dentro una retina di tremolare in mano, di sedurre al momento della cattura l'occhio del cacciatore.

Vlll

Non mi risponderai, e non per timidezza o per ostilità nei miei confronti e non perché sei morta. 

Viva, morta... ma a tutte le creature del Signore in segno di affinità per conversare, per cantare la voce è data in dono: per prolungare l'attimo, ed il minuto, il giorno.

IX

E invece tu, tu non hai questo pegno.

A rigore però così è meglio: meglio che con i cieli essere in debito. 

Non affliggerti, se la tua vita, il tuo peso son privi di parola: è un fardello anche il suono. 

Sei più incarnale del tempo tu, più muta.

X

Tu non arrivi a vivere fino a provare la paura. 

Più lieve della polvere vortichi su un'aiuola, fuori dalla prigione dove il passato e l'avvenire ci chiudono e ci soffocano, e per questa ragione quando, in cerca di cibo, intorno vai volando sul prato anche l'aria d'un tratto prende una forma.

XI

Così la penna va sopra la carta liscia di un quaderno, e non sa come finisce ogni sua riga, dove si mescolano saggezza ed idiozia ma si fida dei moti della mano, nelle cui dita batte la parola del tutto muta, senza togliere polline dai fiori, ma facendo più lieve il cuore.

XII

 Tanta bellezza per così breve tempo, spinge a una congettura che fa storcer la bocca: non si può dire con più chiarezza che il mondo per davvero creato è senza scopo, o invece, se scopo esiste mai, non siamo noi. 

Entomologo-amico, per la luce non ci sono puntine ne per il buio.

XIII

 Ti dirò «Addio»? e addio al giorno che si compie? 

A certi uomini la tigna dell'oblio il senno corrompe; ma, bada, è tutta colpa del fatto che hanno dietro le spalle non giorni a letto in due non sonni fondi o sogni folli, non il passato, ma nubi di tue sorelle!

 XIV 

Sei migliore del Nulla. 

O meglio: sei più prossima, sei più visibile. 

Di dentro, ad esso del tutto simile. 

 

Nel volo tuo il Nulla acquista carne; nel quotidiano strepito ecco perché uno sguardo tu meriti: sei la barriera lieve fra il Nulla e me."

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Giancarlo Consonni - 50 anni di bianca (Einaudi)

Pag. 25

Casa

"Quando vorresti che la fermata

non arrivasse mai 

stai leggendo sul tram

e quella è la tua casa."

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Louise Glück - L'iris selvatico (Giano editore)

 

Pag. 11-13 (Trad. Massimo Bacigalupo)

L'iris selvatico

"Alla fine del mio soffrire c'era una porta. 

Sentimi bene: ciò che chiami morte lo ricordo. 

Sopra, rumori, rami di pino smossi. 

Poi niente. Il sole debole tremolava sulla superficie secca. È terribile sopravvivere come coscienza sepolta nella terra scura. 

Poi finì: ciò che temi, essere un'anima e non poter parlare, finì a un tratto, la terra rigida un poco curvandosi. E quel che mi parve uccelli sfreccianti in cespugli bassi. 

Tu che non ricordi passaggio dall'altro mondo ti dico che seppi parlare di nuovo: tutto ciò che ritorna dall'oblio ritorna per trovare una voce: dal centro della mia vita venne una grande fontana, ombre blu profondo su acqua di mare azzurra."

 Pag. 25-27 (Trad. Massimo Bacigalupo)

Mattina chiara

"Vi ho guardato abbastanza, posso parlarvi in qualsiasi modo mi piaccia... ho accettato le vostre preferenze, osservando paziente le cose che amate, parlando solo per indizi, con dettagli della terra, come preferite, viticci di clematis blu, luce di prima sera... non avete mai voluto accettare una voce come la mia, indifferente agli oggetti che nominate zelanti, le vostre bocche piccoli cerchi di stupore... E tutto questo tempo ho tollerato il vostro limite, pensando che voi stessi l'avreste messo da parte prima o poi, che la materia non avrebbe potuto assorbire la vostra attenzione per sempre: l'ostacolo della clematìs che dipinge fiori blu sulla finestra del poggiolo... 

Non posso continuare a limitarmi a immagini perché pensate è vostro diritto mettere in dubbio il mio intento: ora sono pronto a imporvi la chiarezza."