1869 - 1893

André Gide - I sotterranei del vaticano (Newton)

Pag. 31-32-33

(Trad. Giovanni Gigliozzi)

"Mentre Marguerite riposa, Julius, con l'aiuto della domestica, vuota i bagagli e Véronique sorveglia i preparativi del pranzo. Anthime s'occupa di Julie che ha condotto nella sua camera. Aveva lasciato la nipotina ancora piccola e con difficoltà la riconosce in questa giovinetta dal sorriso già gravemente ingenuo. Tenendola presso di sé per un po' di tempo parlando di un'infinità di cose puerili che si augura possano essere a lei gradite, il suo sguardo si ferma su una sottile catenina d'argento che la ragazzina porta al collo: non gli ci vuol molto a sospettare che vi siano sospese delle medaglie. Con una mossa indiscreta del suo grosso indice le fa ricadere fuori della scollatura sul corpetto e nascondendo la sua istintiva ripugnanza mascherandola di stupore: «Cosa sono queste cianfrusaglie?». Julie capisce molto bene che la domanda non è affatto seria; ma perché dovrebbe offendersi? «Ma zio! come può essere che tu non abbia mai visto delle medaglie?» «Ti giuro di no, piccola mia», replica mentendo. «Non mi sembrano molto belle, ma a qualcosa debbono pur servire.» E poiché l'innocente fede non rifugge da un'inconscia malizia, la bimba vedendo infilata nella cornice dello specchio sopra il caminetto una fotografia che la ritrae, mostrandogliela col dito dice: «Tu hai lì, zio mio, il ritratto di una bambina che non è davvero molto graziosa. Non più di queste medaglie. A che ti serve?». Sorpreso di trovare un così malizioso spirito di contraddizione in una bigottina e indubbiamente tanto buon senso, lo zio Anthime è momentaneamente disarcionato. Non può intavolare una discussione metafisica con una bimbetta di nove anni! Sorride. La piccola avvedendosi immediatamente del suo vantaggio gli mostra una per volta le sue medaglie: «Ecco», gli dice, «quella di santa Giulia, la mia protettrice, e quella del Sacro Cuore di Nostro...» «Forse te ne manca una del buon Dio?», interrompe assurdamente Anthime. La ragazzina risponde con molta semplicità: «No; del buon Dio, non se ne fanno... Ora ti mostro la più graziosa: quella di Nostra Signora di Lourdes... Me l'ha regalata la zia Fleurissoire. Me l'ha portata da Lourdes e io l'ho messa al collo il giorno che paparino e mamma mo hanno offerto alla Madonna».Ce n'è di troppo per Anthime. Senza cercare di comprendere nemmeno per un istante ciò che evocano di ineffabilmente tenero queste immagini, il mese di maggio, il corteo bianco azzurro dei bambini, egli cede ad un suo maniacale bisogno blasfemo: «Allora la brava Santa Vergine non ti ha voluto con sé, visto che sei ancora con noi». La piccola tace. Si è già resa conto che a certe impertinenze, il partito più saggio è quello di non rispondere nulla. Sarà così? Del resto cosa ci sarebbe da rispondere? Dopo questa greve intromissione non è Julie ad arrossire; ma il framassone. Turbamento leggero, compagno inconfessabile della mancanza di delicatezza, confusione passeggera che lo zio maschererà deponendo sulla candida fronte della nipotina un rispettoso bacio riparatore. «Zio Anthime, perché fai il cattivo?» La piccola non sbaglia: in fondo al cuore quello scienziato senza fede è sensibile. Allora perché questa resistenza ostinata? In quel momento Adèle apre la porta: «La signora desidera la signorina». È chiaro che Marguerite de Baraglioul tiene per sospetta l'influenza di suo cognato e si rammarica di aver lasciata sua figlia con lui per troppo tempo. Ed è proprio quanto lui oserà dirle sottovoce quando la famiglia, un po' più tardi, s'accinge a mettersi a tavola. Ma Marguerite rivolgerà verso Anthime un occhio ancora lievemente infiammato: «Paura di te? Ma caro cognato Julie avrebbe convertito dodici simili a te prima che i tuoi giochi, le prese in giro, potessero avere la minima influenza sulla sua anima. No, no, siamo più solidi di tutto il tuo armamentario, noialtri. Eppure, pensa che lei è soltanto una bambina, ma già sa bene fino a dove possa giungere la bestemmia in un'epoca così corrotta in un paese tanto vergognosamente governato come il nostro. È triste che i primi motivi di scandalo le siano offerti da suo zio, che noi vorremmo insegnarle a rispettare»."

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Rainer Maria Rilke - Poesie 1907/1926 (Einaudi)

Pag. 67

 

Addio

 

"Come ho patito ciò che ha nome addio. 

E ancora so: un oscuro, implacabile, un crudele qualcosa, che una forma in armonia composta mostra ancora una volta e porge e lacera. 

Come indifeso la guardavo mentre lasciandomi partire mi chiamava e restava quasi fosse tutte le donne in una, ma bianca e piccola e non più che questo: un saluto già non più a me rivolto, replicato in silenzio - quasi già inesplicabile: un susino forse, onde un cuculo spiccò brusco il volo."

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Anna Achmatova

 

La sentenza

 

"Ed è caduta la parola di pietra 

Sul mio petto ancor vivo. 

Non è nulla, vi ero preparata, 

Ne verrò a capo in qualche modo. 

Ho molto da fare, oggi: 

Bisogna uccidere fino in fondo la memoria, 

Bisogna che l'anima si pietrifichi, 

Bisogna di nuovo imparare a vivere, 

Se no... L'ardente stormire dell'estate, 

Come una festa oltre la finestra. 

Da tempo avevo presentito questo 

 

Giorno radioso e la casa vuota."

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Osip Mandel'štam - Ottanta poesie (Einaudi)

Pag. 72 (Trad. Remo Faccani)

1908

"Un tonfo cauto e sordo - un frutto dal ramo s'è staccato via - tra l'incessante melodia del bosco che riposa muto..."

 

Pag. 80-81 (Trad. Remo Faccani)

1909

"M'è dato un corpo - che ne farò io di questo dono cosi unico e mio? 

Sommessa gioia di respirare, esistere: a chi ne debbo essere grato? 

Ditemi. 

Sono giardiniere, e sono fiore. 

Nel mondo-carcere io non languo solo. 

Già sui vetri dell'eternità è posato il mio respiro, il caldo del mio fiato. 

L'impronta lasceranno di un disegno e più non si saprà che mi appartiene. 

 

Scoli via la fanghiglia dell'istante: rimarrà il caro disegno, intatto."

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Edna St. Vincent Millay

 

da L'amore non è cieco

 

"Non da sollievo il tempo; mentivate dicendo che sarebbe stata breve la mia pena. Lo sento nella pioggia che piange, alla marea che si ritira; sciolte le vecchie nevi ad ogni picco, le foglie dell'altr'anno son fumo sui sentieri; non così per l'amaro della morte, che resta, opprime il cuore, abita in me. Ho paura d'andare in troppi luoghi che traboccano della sua memoria. E se respiro in qualche quieta stanza ignota al passo e al volto luminoso, dico "non c'è memoria, qui, di lui" e resto frastornata a ricordarlo."

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Vladimir Majakovskij - Poesie (Bur Rizzoli)

 

Pag. 91 (Trad. Angelo Maria Ripellino)

 

Porto (1912)

 

"Lenzuola d'acque v'erano sotto la pancia. 

Le lacerava in onde un bianco dente. 

V'era urlo di camini — come se amore e lascivia fluissero per il rame dei camini. 

Le barche si strinsero dentro Le culle delle imboccature ai capezzoli di madri di ferro. 

Nelle orecchie assordate dei piroscafi risplendevano gli orecchini delle ancore."

 

Pag. 115-117

 

Qualche parola su me stesso (1913)

 

"Amo guardare come muoiono i bambini. 

L'avete mai vista la brumosa onda della risacca del riso dietro la proboscide della tristezza? 

Io, invece — nella biblioteca delle strade — ho sfogliato così spesso il volume delle tombe. 

La mezzanotte palpava con fradicie dita me e il chiuso steccato, e con la calvizie della cupola imperlata dall'acquazzone galoppava la cattedrale impazzita. 

E vedo: Cristo fuggiva dall'icona, 

E la fanghiglia baciava in lacrime il lembo della tunica sbattuto dal vento. 

Io grido contro il muro, conficco il pugnale delle parole frenetiche nella polpa del cielo inturgidito: «Sole! 

Padre mio! 

Abbi tu almeno pietà, non tormentarmi! È il sangue mio da te versato che scorre sul lungo cammino. È la mia anima in quei brandelli della lacerata nuvola sull'arrugginita croce del campanile nel cielo riarso! Tempo! Almeno tu, sciancato pittorucolo di icone, dipingi la mia immagine nel sacrario del secolo deforme! Sono solitario come l'ultimo occhio di un uomo in cammino verso la terra dei ciechi!»."