1913 - 1922

Albert Camus

 Taccuini (Bompiani)

Trad. Ettore Capriolo

Pag. 13-14

 

"Maggio '35.

Ciò che voglio dire:

Che è possibile — senza degenerazioni romantiche — provare nostalgia per una povertà perduta. Una certa quantità d'anni miseramente vissuti è sufficente a costruire una sensibilità. In questo caso quel curioso sentimento che il figlio prova nei confronti della madre costituisce tutta la sua sensibilità. Le manifestazioni di questa sensibilita nei campi più diversi sono suifficientemente giustificate dal ricordo latente, materiale, dell'infanzia (un vischio che s'appiccica all'anima). Di qui, per chi se ne rende conto, un senso di riconoscenza, e dunque di cattiva coscienza. Di qui, inoltre, per chi ha cambiato classe, il sentimento delle ricchezze perdute. Per i ricchi il cielo, essendo un dono in soprappiù, sembra un dono naturale: sono solo i poveri che gli restituiscono il suo cattere di grazia infinita. Per chi ha cattiva coscienza la confessione è necessaria. L'opera è una confessione, io sento il bisogno di testimoniare. Tutto sommato ho soltanto una cosa da dire. È in questa vita di miseria, fra queste persone umili o vanitose, che ho più sicuramente raggiunto quello che mi sembra il significato autentico della vita. Le opere d'arte, da sole, non sarebbero sufficienti. L'arte per me non è tutto. Sia almeno un mezzo. Contano anche le tristi vergogne, le piccole viltà, l'Incoscia sopravvalutazione dell'altro mondo (quello del denaro). Credo che il mondo dei poveri sia uno dei pochi, se non l'unico, a essere chiuso in se stesso, a costituire un'isola nella società. Si può, senza troppo rischio, farvi il Robinson. Chi vi è immerso dirà « laggiù » parlando dell'appartamento del medico, che in realtà è pochissimo distante."

 

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Paul Celan - Poesie (I meridiani)

Pag. 7 (Trad. Giuseppe Bevilacqua)

 

Un canto nel deserto

 

"Un serto di fronde nerastre fu intrecciato nei pressi di Akra: lì feci volteggiare il destriero, dando di spada alla Morte. 

Ed anche bevetti da ciotole piene di cenere delle fonti di Akra, e calata la visiera mi scagliai contro i cieli in frantumi. 

Giacché morti sono gli Angeli e acciecato il Signore nei pressi di Akra, ne vi è chi provveda nel sonno a quanti trovarono qui la pace. 

Fu annientata dai colpi la luna, piccolo fiore dei pressi di Akra: così, somigliando le spine, fioriscono le mani dagli anelli arrugginiti. 

Così alla fine io debbo chinarmi nel bacio, se essi pregano ad Akra... 

Trista fu la corazza della notte, tra le sue maglie gocciola il sangue! 

Così divenni per loro il sorridente fratello, il duro cherubino di Akra. 

Così ancora pronuncio quel nome ed ancora sento sulle guance la vampa."

 

Pag. 19 (Trad. Giuseppe Bevilacqua)

 

Mezza notte

 

"Mezza notte. Coi pugnali del sogno confìtti in occhi sfavillanti. 

Non gridare di dolore: svolazzano come cenci le nubi. 

Essa fu tesa, serico tappeto, fra te e me, affinchè si danzasse da buio a buio. 

C'intagliarono il flauto nero da legno vivo, ed ora viene, la danzatrice. 

Essa ci tuffa nell'occhio dita tessute di spuma marina: qui si vuol piangere, ancora? 

Nessuno. Ed essa felice turbina via, mentre ribatte più forte il tamburo di fuoco. 

Getta anelli verso di noi, e coi pugnali noi li cogliamo. 

 

Vuole così sposarci? È come un risonar di cocci, ed io ora nuovamente so: tu non moristi della morte colar di malva."

 

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Maria Luisa Spaziani - La tundra dell'età (Collana il Graal)

Pag. 16-17-18

 

Le colline infinite

 

"Le vedrò, le colline infinite del tempo che non muore. 

Tremila gobbe di cammelli, e poi miliardi di orizzonti illimitati. 

Ci saranno asfodeli (come sono?), tinte mai viste e vergini ultrasuoni. 

E forse avremo fame, giusto il tempo di goderla nell'atto di saziarla. 

Avremo belle mani per suonare lunghe corde di arpe celestiali, e carezzare, a lungo carezzare calde forme sensibili. 

Avremo belle labbra, immense labbra che avvolgeranno tutto, un lungo bacio. 

 

Baciami ora, qui: che sia lo spunto a carboncino per l'affresco totale."