1905 - 1908

Jean-Paul Sartre - Il muro (Einaudi)

 

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Il muro

 

"Ci spinsero in una grande sala bianca e cominciai a battere gli occhi perché la luce mi faceva male. Poi vidi una tavola e quattro individui dietro la tavola, dei civili che guardavano alcuni incartamenti. Avevano ammucchiato gli altri prigionieri nel fondo e per raggiungerli dovemmo attraversare tutta la stanza. Ce n'erano molti che conoscevo ed altri che dovevano essere stranieri. I due che mi stavano davanti erano biondi con dei crani rotondi; si rassomigliavano: francesi, immagino. Il più basso si tirava su i pantaloni continuamente: nervi. Durò quasi tré ore: ero abbrutito e avevo la testa vuota; ma la stanza era ben riscaldata e io trovavo la cosa piuttosto gradevole: da ventiquattr'ore non avevamo mai smesso di tremare. Le guardie conducevano i prigionieri uno dopo l'altro davanti al tavolo. Quei quattro gli domandavano allora nome e professione. Di solito non andavano oltre, oppure, allora, facevano una domanda qua e là: - Hai preso parte al sabotaggio delle munizioni? Oppure: - Dov'eri la mattina del 9 e che facevi? - Non ascoltavano le risposte o almeno non ne avevano l'aria: tacevano per un momento guardando diritto davanti a sé, poi si mettevano a scrivere. Chiesero a Tom se fosse vero che serviva nella Brigata Internazionale; Tom non poteva dire il contrario per via delle carte che gli avevano trovate nella giacca. A Juan non chiesero nulla, ma dopo che egli ebbe detto il suo nome scrissero a lungo. - È mio fratello José che è un anarchico, - disse Juan. - Sapete bene che non è più qui. Io non sono di nessun partito, non mi sono mai occupato di politica -. Non risposero. Juan soggiunse: - Non ho fatto nulla. Non voglio pagare per gli altri. Gli tremavano le labbra. Una guardia lo fece star zitto e lo portò via. Toccava a me. - Vi chiamate Pablo Ibbieta? Dissi di si. L'uomo guardò le mie carte e mi disse: - Dov'è Ramon Gris? - Non lo so. - L'avete tenuto nascosto in casa vostra dal 6 al 19. - No. Scrissero per un momento e le guardie mi fecero uscire. Nel corridoio Tom e Juan aspettavano fra due guardie. Ci mettemmo in cammino. Tom chiese a una delle guardie: - E allora? - Cosa? - disse la guardia. - Ebbene? Che ci faranno? - La guardia rispose seccamente: - Vi comunicheranno la sentenza nelle vostre celle. In realtà, quella che ci serviva da cella era una delle cantine dell'ospedale. Ci faceva un freddo cane per via delle correnti d'aria. Tutta la notte avevamo battuto i denti e durante la giornata non era andata meglio. I cinque giorni precedenti li avevo passati in una prigione dell'Arcivescovado, una specie di segreta che doveva risalire al Medioevo: siccome c'erano molti prigionieri e poco posto, li ficcavano un po' dappertutto. Non rimpiangevo la mia segreta: non ci avevo sofferto il freddo ma ero solo; alla lunga è snervante. Nella cantina ero in compagnia. Juan non parlava affatto: aveva paura, e poi era troppo giovane per poter dire la sua. Ma Tom era un bel parlatore e sapeva benissimo lo spagnolo. Nella cantina c'erano un banco e quattro pagliericci. Quando ci ebbero riportati lí, ci sedemmo e aspettammo in silenzio. Tom disse, di lí a poco: - Siamo fregati. - Lo penso anch'io, - dissi, - ma credo che non faranno niente al ragazzo. 

- Non hanno niente da rimproverargli, - disse Tom. - È il fratello d'un miliziano, ecco tutto. Guardai Juan: pareva non udisse. Tom riprese: - Sai cosa fanno a Saragozza? Fanno sdraiare i nostri sulla strada e ci passano sopra coi camion. È un disertore marocchino che ce l'ha detto. Dicono che è per economizzare le munizioni. - Non economizzano la benzina, - dissi. 

Ero irritato contro Tom: non avrebbe dovuto dir questo. - Ci sono degli ufficiali che passeggiano sulla strada e stanno lí a sorvegliare, con le mani in tasca, fumando la sigaretta. Tu credi che li finiscano, quei disgraziati? 

Nemmno per sogno. Li lasciano urlare. A volte per un'ora. Il marocchino diceva che, la prima volta, quasi vomitava. - Non credo che qui lo facciano, - dissi. - A meno che non manchino veramente le munizioni. 

La luce entrava da quattro spiragli e da un'apertura rotonda praticata sul soffitto, a sinistra, e che dava sul cielo. È da questo foro rotondo, di solito chiuso da un coperchio, che scaricavano il carbone nella cantina. Proprio al disotto del foro c'era un grosso mucchio di carbonella; era stato destinato a scaldare l'ospedale ma, fin dal principio della guerra, avevano evacuato i malati ed il carbone restava lí; ci pioveva anche sopra, all'occasione, perché avevano dimenticato di chiudere la botola. Tom cominciò a battere i denti: -Cristo, batto i denti, ci siamo daccapo. 

Si alzò e cominciò a fare ginnastica. A ogni movimento la camicia gli si apriva sul petto bianco e villoso. Si distese supino, alzò le gambe per aria e fece le forbici: vedevo tremare il suo groppone. Tom era ben piantato ma troppo grasso. Pensavo che presto delle palle di fucile o delle punte di baionetta si sarebbero affondate in quella massa di carne tenera come in un pane di burro. Non mi faceva lo stesso effetto che se fosse stato magro. 

Non avevo precisamente freddo, ma non mi sentivo più le braccia né le spalle. Di tanto in tanto avevo l'impressione che mi mancasse qualcosa e mi cercavo intorno la giacca e poi mi ricordavo bruscamente che non mi avevano dato giacca. Era piuttosto fastidioso. Ci avevano preso i vestiti per darli ai loro soldati e non ci avevano lasciato che le camicie, e quei pantaloni di tela che i ricoverati degli ospedali portano nel pieno dell'estate. Dopo un po' Tom si rialzò e mi si sedette vicino ansimando. - Ti sei scaldato? - Cristo, no! Ma sono senza fiato. 

Verso le otto di sera entrò un ufficiale con due falangisti. Aveva un foglio in mano. Chiese alla guardia: - Come si chiamano, questi tre? - Steinbock, Ibbieta e Mirbal, - disse la guardia. II comandante inforcò gli occhiali e guardò la sua lista: - Steinbock... Steinbock... Ecco qui. Siete condannato a morte. Sarete fucilato domattina. Guardò nuovamente: - Anche gli altri due, - soggiunse. - Non è possibile, - disse Juan. - Io no. II comandante Io guardò meravigliato: - Come vi chiamate? - Juan Mirbal, - egli disse. - Ebbene, il vostro nome è qui, - disse il comandante. - siete condannato. - Non ho fatto nulla, - disse Juan, Il comandante alzò le spalle e si voltò verso Tom e verso di me. - Siete baschi? - Nessuno di noi è basco. Parve irritato. - Mi hanno detto che c'erano tre baschi. Non ho voglia di perder tempo a cercarli. Allora, naturalmente non vorrete il prete? Non rispondemmo neppure. Egli disse: - Verrà un medico belga. È autorizzato a passare la notte con voi. Fece il saluto militare e uscì. - Cosa ti dicevo? - disse Tom. - Siamo a posto. - Sì, - dissi, - è una porcata per il ragazzo. Lo dicevo per essere giusto ma il ragazzo non mi piaceva. Aveva un viso troppo fine e la paura, la sofferenza l'avevano sfigurato, avevano stravolto tutti i suoi lineamenti. Tre giorni prima era un bamboccio un po' lezioso, poteva piacere; ma adesso pareva un vecchio eunuco e pensavo che non sarebbe mai più tornato giovane, anche se l'avessero rilasciato. Non sarebbe stato male di potergli offrire un po' di compassione, ma la compassione mi disgusta, egli mi faceva piuttosto schifo. Non aveva più detto niente ma era diventato grigio: il suo viso e le mani erano grigi. Si rimise a sedere e guardò in terra con gli occhi spalancati. Tom era un buon diavolo, voleva prendergli il braccio ma il ragazzo si divincolò violentemente facendo una smorfia. - Lascialo, - dissi a bassa voce, - non vedi che sta per mettersi a frignare? - Tom ubbidì a malincuore; gli sarebbe piaciuto consolare il ragazzo; questo l'avrebbe occapato e non sarebbe stato tentato di pensare a se stesso. 

Ma ciò m'irritava: non avevo mai pensato alla morte perché l'occasione non si era mai presentata, ma adesso l'occasione era lí e non c'era nient'altro da fare che pensarvi. Tom si mise a parlare: - Hai accoppato mai qualcuno, tu? - mi chiese. Non risposi. Cominiciò a spiegarmi che ne aveva accoppati sei dal principio d'agosto; non si rendeva conto della situazione e vedevo bene che non voleva rendersene conto. Io stesso non realizzavo ancora la cosa completamente, mi chiedevo sei si soffriva molto, pensavo alle pallottole, immaginavo la loro gragnuola scottante attraverso il mio corpo. Tutto ciò era al di fuori della vera questione; ma ero tranquillo: avevamo tutta la notte per capire. Dopo un po' Tom smise di parlare e lo guardai con la coda dell'occhio; vidi che era diventato terreo anche lui, e che aveva un'aria disfatta; mi dissi: « Ci siamo! » Faceva quasi notte, una luce opaca filtrava attraverso gli spiragli e il mucchio di carbone e faceva una grossa macchia sotto il cielo; dal foro del soffitto vedevo già una stella: la notte sarebbe stata pura e gelida. 

La porta si aprì ed entrarono due guardie. Erano seguite da un uomo biondo che vestiva un'uniforme bigia. 

Ci salutò: - Sono medico, - disse. - Ho l'autorizzazione ad assistervi in queste penose circostanze. 

Aveva una voce gradevole e distinta. Gli dissi: - Cosa venite a fare qui? - Mi metto a vostra disposizione. Farò tutto il possibile perché queste ore vi siano meno pesanti. - Perché siete venuto da noi? Ce ne sono degli altri, l'ospedale è pieno. - Mi hanno mandato qui, - rispose in modo vago. - Ah, vi piacerebbe fumare, eh? - aggiunse precipitosamente. -Ho delle sigarette e anche dei sigari. 

Ci offrì delle sigarette inglesi e dei puros, ma rifiutammo. Lo guardai negli occhi e parve imbarazzato. Gli dissi: - Voi non venite qui per compassione. D'altronde vi conosco. Vi ho visto con dei fascisti nel cortile deila caserma, il giorno in cui m'hanno arrestato. 

Stavo per continuane ma tutt'a un tratto mi successe una cosa che mi stupì: la presenza di quel medico cessò bruscamente d'interessarmi. Di solito, quando uno mi capita sotto non me lo lascio sfuggire. Eppure la voglia di parlare mi abbandonò; alzai le spalle e guardai altrove. 

Un po' più tardi, drizzai la testa: egli mi osservava incuriosito. Le guardie si erano sedute su un pagliericcio. 

Pedro, quello alto e magro, si girava i pollici, l'altro scuoteva di tanto in tanto la testa per impedirsi di dormire. - Volete un po' di luce? - disse d'un tratto Pedro al medico. L'altro fece « si » con la testa: penso che fosse intelligente press'a poco quanto una rapa, ma senza dubbio non era cattivo. Guardando i suoi occhi azzurri e freddi mi parve peccasse soprattutto di scarsa immaginazione. 

Pedro uscì e ritornò con una lampada a petrolio che posò sull'angolo della panca. Illuminava male, ma era meglio di niente: la notte prima ci avevano lasciati al buio. Guardai per un momento il cerchio di luce che la lampada faceva sul soffitto. Ero affascinato. E poi, bruscamente, mi svegliai, il cerchio di luce si cancellò e mi sentii schiacciato da un peso enorme. Non era il pensiero della morte né il timore: era qualcosa d'anonimo. Le guance mi bruciavano e avevo male al cranio. 

Mi scossi e guardai i miei due compagni. Tom aveva nascosto il capo nelle mani, non vedevo che la sua nuca grassa e bianca. Il piccolo Juan era di gran lunga il più malconcio, aveva la bocca aperta e le narici gli tremavano. 

Il medico gli si avvicinò e gli posò la mano sulla spalla come per confortarlo: ma i suoi occhi restavano freddi. 

Poi vidi la mano del belga scendere cauta lungo il braccio di Juan sino al suo polso. Juan lasciava fare con indifferenza. Il belga gli prese il polso fra tre dita, con un aria distratta, al tempo stesso indietreggiò un poco e fece in modo di voltarmi le spalle. Ma io mi sporsi all'indietto e lo vidi tirar fuori l'orologio e consultarlo un istante senza lasciare il polso del ragazzo. Dopo un po' lasciò ricadere la mano inerte e andò ad addossarsi al muro, poi, come se d'un tratto si ricordasse d'una cosa molto importante che bisognava annotare immediatamente, prese un taccuino dalla tasca e vi scrisse qualche riga. « Che porco! - pensai con collera, - se viene a tastarmi il polso, gli rompo il muso con un pugno ». 

Non venne, ma sentii che mi guardava. Alzai la testa e lo guardai anch'io. Mi disse con voce impersonale: - Non trovate che si gela qui? 

Pareva avesse freddo; era violaceo. - Non ho freddo, - gli risposi. Non cessava di guardarmi, duramente. Tutt'a un tratto, capii e mi portai le mani al viso: ero intriso di sudore. 

In quella cantina, nel cuore dell'inverno, in piena corrente d'aria, io sudavo. Mi passai le dita nei capelli che il sudore aveva resi come feltro; e al tempo stesso mi accorsi che la mia camicia era umida e mi s'incollava alla pelle: grondavo da un'ora almeno e non avevo sentito nulla. Ma questo non era sfuggito a quel porco d'un belga; egli aveva visto le gocce scorrere sulle mie guance ed aveva pensato: è la manifestazione quasi patologica d'uno stato di terrore; e si era sentito normale ed orgoglioso di esserlo perché aveva freddo. Volevo alzarmi per andare a rompergli la faccia ma appena ne avevo accennato il gesto che già la mia vergogna e la mia collera svanirono; ricaddi sul banco con indifferenza. 

Mi limitai a frizionarmi il collo con il fazzoletto perché, adesso, sentivo il sudore sgocciolarmi dai capelli sulla nuca ed era sgradevole. D'altronde rinunciai ben presto a frizionarmi, era inutile: il fazzoletto già si poteva strlzzare ed io sudavo sempre. Sudavo anche dalle natiche e i miei pantaloni umidi aderivano alla panca. 

Il piccolo Juan parlò tutt'a un tratto. - Siete medico? - Si, - disse il belga. - Si soffre... molto a lungo? - Oh! Quando?... Ma no - disse il belga con voce paterna, - è presto fatto. 

Si sarebbe detto rassicurasse un malato di quelli che pagano. - Ma io... mi avevano detto... che spesso ci vogliono due scariche. - Qualche volta, - disse il belga scuotendo la testa. - Può capitare che la prima scarica non colpisca nessun organo vitale. 

- Allora bisogna che ricarichino il fucile e che prendano nuovamente la mira? - Riflette, e soggiunse con voce roca: - Una cosa lunga! Aveva una paura spaventosa di soffrire, non pensava che a questo: era l'età. Io non ci pensavo più molto e non era la paura di soffrire che mi faceva traspirare. 

Mi alzai e camminai fino al mucchio di carbonella. Tom sussultò e mi lanciò uno sguardo pieno di odio: lo irritavo perché le scarpe mi scricchiolavano. Mi chiedevo se avevo il viso cosi terreo come il suo: vidi che anche lui sudava. Il cielo era stupendo, nessuna luce raggiungeva quell'angolo buio e mi bastava alzare il capo per scorgere l'Orsa Maggiore. Ma non era la stessa cosa di un tempo; due giorni prima, dalla mia cella dell'Arcivescovado potevo vedere un gran pezzo di cielo ed ogni ora del giorno mi portava un ricordo diverso. La mattina, quando il cielo era d'un azzurro schietto e leggero, pensavo a certe spiagge in riva all'Atlantico; a mezzogiorno vedevo il sole e mi ricordavo un bar di Siviglia dove bevevo del manzanilla mangiando acciughe e olive: il pomeriggio ero in ombra e pensavo all'ombra profonda che si distende su una metà delle arene mentre l'altra metà scintilla al sole: era veramente duro vedere tutta la terra riflettersi in questo modo nel cielo. Adesso invece, potevo guardare in aria quanto volevo, il cielo non m'evocava più nulla. Meglio cosi. Tornai a sedermi vicino a Tom. Passò un lungo momento. Tom cominciò a parlare, a voce bassa. Bisognava sempre che parlasse, se no non si sapeva ritrovare nei suoi pensieri. Penso che si rivolgesse a me ma non mi guardava. Senza dubbio aveva paura di vedermi com'ero, grigio e tutto in sudore: eravamo uguali e peggio che specchi l'uno per l'altro. Egli guardava il belga, l'uomo vivo. - Capisci, tu? - diceva. - Io non capisco. 

Anch'io mi misi a parlare a voce bassa. Guardavo il belga. - Ebbene, cosa c'è? - Sta per succederci qualcosa che non posso capire.

C'era uno strano odore attorno a Tom. Mi sembrò d'essere più sensibile agli odori che non il solito. Sogghignai: - Capirai fra poco. - Non è chiaro, - egli disse con un'aria ostinata. - 

Voglio avere coraggio ma bisognerebbe almeno che sapessi... Senti, ci condurranno nel cortile. Bene. Quelli si schiereranno davanti a noi. Quanti saranno? - Non Io so. Cinque o otto. Non di più. - Va bene, saranno otto. Gli ordineranno: «Puntate!» e io vedrò gli otto fucili spianati su di me. Penso che vorrò rientrare nel muro, spingerò il muro con la schiena con tutte le mie forze ed il muro resisterà, come negli incubi. Tutto questo posso immaginarlo. Ah! Tu sapessi come posso immaginarlo! - Va bene! - gli dissi, - lo immagino anch'io. - Deve fare un male cane. Sai che mirano gli occhi e la bocca per sfigurarci, - aggiunse con cattiveria. - Sento già le ferite; da un'ora ho delle fitte in testa e nel collo. Non dei veri dolori; è peggio: sono le fitte che sentirò domattina. Ma dopo? Capivo benissimo quel che voleva dire ma non volevo averne l'aria. Quanto ai dolori, anch'io li portavo nel corpo, come una quantità di piccole cicatrici. Non potevo abituarmici, ma ero come lui, non ci davo importanza. 

- Dopo, - dissi rudemente, - ingrasserai cavoli. 

Si mise a parlare per lui solo: i suoi occhi non abbandonavano il belga Questi pareva non ascoltasse. Sapevo quel che era venuto a fare; ciò che pensavamo non l'interessava; era venuto a guardare i nostri corpi, dei corpi che agonizzavano ancora vivi. 

- È come negli incubi, - diceva Tom. - Si vuole pensare a qualche cosa, tutto il tempo si ha l'impressione di esserci arrivati, di star per capire e poi ecco che tutto scivola via, che ti sfugge e ricade. Mi dico: dopo non ci sarà piú nulla. Ma non capisco cosa vuol dire. Certi momenti quasi ci arrivo... e poi tutto ricade, ricomincio a pensare ai dolori, alle pallottole, alle detonazioni. Sono materialista, te lo giuro; non sto diventando pazzo. Ma c'è qualcosa che non va. Vedo il mio cadavere: non è difficile ma sono io che lo vedo, con i miei occhi. Bisognerebbe riuscire a pensare... a pensare che non vedrò più nulla e che il mondo continuerà per gli altri. Non siamo fatti per pensar questo, Pablo. Puoi credermi: mi è già capitato di vegliare tutt'una notte aspettando qualcosa. Ma questa cosa qui è differente: ci prenderà di soppiatto, Pablo, e non avremo potuto prepararci. - Sta' buono, - gli dissi. - Vuoi che ti chiami un confessore? 

Non rispose. Avevo già notato che aveva tendenza a fare il profeta e a chiamarmi Pablo parlando con una voce bianca. Questo non mi piaceva molto; ma pare che tutti gl'irlandesi siano cosi. Avevo una vaga impressione che puzzasse d'orina. In fondo, non avevo molta simpatia per Tom e non vedevo perché, col pretesto che saremmo morti insieme, avrei dovuto averne di più. Con altri sarebbe stato differente. Con Ramon Gris, per esempio. Ma fra Tom e Juan mi sentivo solo. D'altronde, lo preferivo: con Ramon mi sarei forse intenerito. Invece ero terribilmente duro in quel momento, e volevo restare duro. 

Continuò a biascicar parole con una specie di distrazioae. Sicuramente parlava per impedirsi di pensare. Puzzava decisamente d'orina come i vecchi malati alla prostata. Naturalmente ero del suo parere, tutto ciò che diceva avrei potuto dirlo anch'io: non è una cosa naturale morire. E da quando sapevo che stavo per morire, più niente mi sembrava naturale, né quel mucchio di carbonella, né quella panca, né il brutto muso di Pedro. Soltanto, mi dispiaceva di pensare le stesse cose di Tom. 

E sapevo bene che, per tutta la notte, a cinque minuti uno dall'altro, avremmo continuato a pensare le cose nel medesimo tempo, a sudare o a rabbrividire nel medesimo tempo. Lo guardai di straforo e, per la prima volta, egli mi parve strano: portava la morte in faccia. Ero ferito nell'orgoglio: durante ventiquattr'ore ero vissuto accanto a Tom, lo avevo ascoltato, gli avevo parlato, e sapevo che non avevamo nulla di comune. E ora ci rassomigliavamo come due gemelli, semplicemente stavamo per crcpare insieme. Tom mi prese la mano senza guardarmi: - Pablo, io mi chiedo... mi chiedo se sia proprio vero che ci si annulli. Ritrassi la mano e gli dissi: - Guardati tra i piedi, maiale! C'era una pozza fra i suoi piedi e delle gocce gli cadevano dai pantaloni. - E che cos'è? - disse sgomento. - Stai pisciando nei calzoni, - gli dissi. - Non è vero, - disse furente, - non sto pisciando, non sento nulla. II belga si era avvicinato. Chiese con falsa sollecitudine: - Vi sentite male? 

Tom non rispose. II belga guardò la pozza senza dir nulla. - Non so cosa sia, - disse Tom con un'aria truce, - ma non ho paura. Vi giuro che non ho paura. Il belga non rispose. Tom si alzò ed andò a pisciare in un angolo. Tornò abbottonandosi le brache, si rimise a sedere e non fiatò più. Il belga prendeva appunti. 

Lo guardavamo; anche il piccolo Juan lo guardava: Io guardavamo tutti e tre perche era viro. Aveva i gesti d'un vivo, le preoccupazioni d'un vivo; batteva i denti in quella cantina come potevano battere i denti i vivi; aveva un corpo ubbidiente e ben pasciuto. Noialtri non sentivamo piú i nostri corpi: non piú allo stesso modo, in ogni caso. Avevo voglia di tastarmi i pantaloni, tra le gambe, ma non osavo; guardavo il belga, ben saldo sulle gambe, padrone dei suoi muscoli, e che poteva pensare a domani. Eravamo lí, tre ombre prive di sangue; lo guardavamo e suggevamo la sua vita come vampiri. Finí coll'avvicinarsi al piccolo Juan. Volle tastargli la nuca per qualche motivo professionale o ubbidí a un impulso caritatevole? Se agí mosso dalla carità questa fu la sola ed unica volta in tutta la notte. Accarezzò la testa e il collo del piccolo Juan. Il ragazzo si lasciò fare, senza staccargli gli occhi di dosso, poi, tutt'a un tratto, gli afferrò la mano e lo guardava con un'aria strana. Teneva la mano del belga fra le sue e non erano belle a vedersi due piovre grige che stringevano quella mano grassa e rubizza. Sospettavo bene quel che sarebbe accaduto e anche Tom doveva sospettarlo; ma il belga non ci vedeva che uno slancio e sorrideva paternamente. Un momento dopo il ragazzo si portò la manona rossa alle labbra e fece per morderla. Il belga si ritrasse prontamente e indietreggiò sino al muro inciampicando. Per un istante ci guardò con orrore, doveva capire tutt'a un tratto che non eravamo uomini come lui. Mi misi a ridere e una delle guardie sussultò. L'altra s'era addormentata; i suoi occhi spalancati, erano bianchi. 

Mi sentivo stanco ed eccitato a un tempo. Non volevo più pensare a ciò che sarebbe successo all'alba, alla morte. 

Questo non concludeva nulla, non m'imbattevo che in parole e nel vuoto. Ma non appena cercavo di pensare a qualcos'altro, vedevo delle canne di fucile spianate contro di me. Venti volte di seguito, forse, ho vissuto la mia esecuzione; e una volta ho perfino creduto d'esserci per davvero: dovevo essermi addormentato un minuto. Mi trascinavano verso il muro ed io mi dibattevo; chiedevo loro perdono. Mi svegliai di soprassalto e guardai il belga: avevo paura di aver gridato nel sonno. Ma lui si lisciava i baffi, non aveva notato nulla. Se avessi voluto, credo che avrei potuto dormire un momento: stavo sveglio da quarantott'ore, ero sfinito. Ma non avevo voglia di perdere due ore di vita: sarebbero venuti a svegliarmi all'alba, io li avrei seguiti, inebetito dal sonno e sarei crepato senza fare «uff»; questo non lo volevo, non volevo morire come un cane, volevo capire. E poi temevo di avere degli incubi. Mi alzai, passeggiai in lungo e in largo e, per distogliermi da quelle idee, mi misi a pensare alla mia vita passata. Una quantità di ricordi mi si riaffacciarono, alla rinfusa. Ce n'erano di buoni e di cattivi, o almeno era cosí che li chiamavo prima. C'erano visi e fatti. Rividi il viso d'un piccolo novillero che si era fatto incornare Valenza durante la Feria, quello d'un mio zio, quello di Ramon Gris. Ricordai alcuni fatti: come avevo scioperato, nel 1926, per tre mesi, ed ero stato per morir di fame. Mi tornò in mente una notte che avevo passata su una panchina a Granata: non avevo mangiato da tre giorni, ero furioso, non volevo crepare. Questo mi fece sorridere. Con quale ardore correvo dietro alla felicità, alle donne, alla libertà! Per che farne? Avevo voluto liberare la Spagna, ammiravo Pi y Margall, avevo aderito al movimento anarchico, avevo parlato in comizi: avevo preso tutto sul serio, come se fossi stato immortale. In quel momento ebbi l'impressione che tutta la mia vita mi fosse davanti e pensai: « È una sporca menzogna ». 

Essa non valeva nulla dal momento che era finita. Mi chiedevo come avessi potuto andare in giro, scherzare con le ragazze: non avrei mosso neppure il dito mignolo se soltanto avessi potuto immaginare che sarei morto cosi. 

La mia vita era davanti a me, chiusa, sigillata come una borsa, eppure tutto ciò che vi era dentro era incompiuto. 

Un istante cercai di giudicarla. Avrei voluto potermi dire: è una bella vita. Ma non si poteva formulare un giudizio su di essa, era un abbozzo; avevo passato il mio tempo a rilasciar cambiali per l'eternità, non avevo capito niente. 

Non rimpiangevo nulla: vi erano un mucchio di cose che avrei potuto rimpiangere, il sapore del manzanilla o i bagni che facevo in estate in una piccola conca vicino a Cadice; ma la morte aveva privato ogni cosa del suo incanto. 

Il belga ebbe tutt'a un tratto un'idea grandiosa. - Ragazzi miei, - ci disse, posso impegnarmi beninteso se l'amministrazione mIlitare consente, a portare una vostra parola, un ricordo alle persone che vi vogliono bene... Toro bofonchiò: - Non ho nessuno. Io non risposi nulla. Tom attese un istante, poi mi osservò con curiosità: 

- Non fai dir niente a Concha?

- No.

Detestavo questa complicità afiettuosa; era colpa mia, avevo parlato di Concha la notte prima, avrei dovuto controllarmi. Ero con lei da un anno. Ancora ieri mi sarei tagliato un braccio a colpi d'accetta pur di rivederla cinque minuti. Per questo ne avevo parlato, era più forte di me. Adesso non avevo più voglia di rivederla, non avevo più niente da dirle. Non avrei nemmeno voluto stringerla fra le braccia: avevo orrore del mio corpo perché era diventato grigio e sudava, e non ero sicuro di non aver orrore del suo. Concha avrebbe pianto sapendo della mia morte; per mesi non avrebbe trovato alcun gusto alla vita. Ma dopotutto ero io che stavo per morire. Pensai ai suoi begli occhi teneri. Quando mi guardava, qualcosa passava da lei in me. Ma pensavo che ormai era finito: se m'avesse guardato adesso, il suo sguardo sarebbe restato nei suoi occhi, non sarebbe giunto fino a me. Ero solo. 

Anche Tom era solo, ma non allo stesso modo. Si era seduto a cavalcioni e si era messo a guardare la panca con una specie di sorriso, aveva un'aria meravigliata. 

Sporse la mano e toccò il legno con precauzione, come se avesse paura di rompere qualcosa, poi ritrasse prontamente la mano e rabbrividì. Io non mi sarei divertito a toccare la panca, se fossi stato Tom; era un'altra delle sue commedie da irlandese, ma anch'io trovavo che gli oggetti avevano un'aria strana: erano più cancellati, meno densi del solito. Mi bastava guardare la panca, la lampada, il mucchio di carbonella, per sentire che stavo per morire. 

Naturalmente non potevo pensare con chiarezza alla mia morte ma la vedevo dappertutto, sulle cose, nel modo con cui le cose avevano indietreggiato, e si tenevano a distanza, discretamente, come persone che parlano a bassa voce al capezzale d'un morente. Era la sua morte che Tom in quel momento aveva toccato sulla panca. Nello stato in cui mi trovavo, se fossero venuti ad annunciarmi che potevo tornarmene tranquillamente a casa mia, che mi avevano graziato, la cosa mi avrebbe lasciato indifferente: qualche ora o qualche anno d'attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduto l'illusione d'essere eterni. Non tenevo più a niente, in un certo senso, ero calmo. Ma era una calma orribile, a causa del mio corpo: il mio corpo, io vedevo coi suoi occhi, udivo con le sue orecchie, ma non era più me; sudava e tremava da solo e non lo riconoscevo più. Ero costretto a toccarlo e a guardarlo per sapere cosa gli succedeva, come se fosse stato il corpo d'un altro. A momenti lo sentivo ancora, sentivo degli slittamenti, delle specie di cadute, come quando siamo in un aeroplano che cala in picchiata, oppure mi sentivo battere il cuore. Ma ciò non mi rassicurava: tutto quel che veniva dal mio corpo aveva un'ariaccia losca. Per lo più esso taceva, stava tranquillo e non sentivo altro che una specie di pesantezza, una presenza immonda contro di me; avevo l'impressione d'esser legato a una putredine enorme. Un momento mi tastai i calzoni e sentii che erano umidi; non sapevo se fossero bagnati di sudore o d'orina, ma per precauzione andai a pisciare sul mucchio di carbone. Il belga tirò fuori l'orologio, lo guardò e disse: - Sono le tre e mezzo, 

Canaglia! Doveva averlo fatto apposta. Tom saltò in aria: non ci eravamo ancora accorti che il tempo passava; la notte ci circondava come una massa scura e informe, non mi ricordavo neppur più che fosse incominciata. 

II piccolo Juan si mise a gridare. Si torceva le mani, supplicava: - Non voglio morire, non voglio morire! 

Corse attraverso tutta la cantina alzando le braccia in aria poi si abbatte su uno dei pagliericci e scoppiò in singhiozzi Tom lo guardava con un occhio spento e non aveva neppure più voglia di consolarlo. Infatti, non ne valeva la pena: il ragazzo faceva più rumore di noi ma era meno colpito: era come un malato che si difende dal suo male con la febbre. Quando non c'è più nemmeno la febbre, la cosa è più grave. 

Piangeva: vedevo bene che aveva pietà di se stesso; non pensava alla morte. Per un istante, un solo istante, anch'io ebbi voglia di piangere, di piangere di compassione per me. Ma accadde il contrario: gettai uno sguardo al ragazzo, vidi le sue magre spalle scosse dai singhiozzi e mi sentii inumano: non potevo aver pietà né degli altri né di me stesso. Mi dissi: « Voglio morire pulitamente ». 

Tom si era alzato, si era piazzato giusto sotto l'apertura rotonda e si mise a spiare il sorger dell'alba. Io mi ero impuntato, volevo morire pulitamente e non pensavo che a questo. Invece, sotto sotto, da quando il medico ci aveva detto l'ora, sentivo il tempo filar via, scorrere a goccia a goccia. Faceva ancor buio quando udii la voce di Tom: - Li senti? - Si. 

Degli uomini camminavano nel cortile - Cosa vengono a romperci le scatole? Non potranno mica sparare al buio! Dopo un po' non udimmo più nulla. Dissi a Tom: - Ecco il giorno. 

Pedro si alzò sbadigliando e venne a soffiare sul lume. 

Disse al compagno: - Accidenti che freddo!

La cantina era divenuta tutta grigia. Udimmo alcuni spari a distanza.

Ci siamo! - dissi a Tom. - Lo devono fare nel corlile di dietro. Tom chiese al medico di dargli una sigaretta. Io non ne volevo; non volevo né sigarette né alcool. Da quel momento in poi non smisero piú di spatare. - Ti rendi conto? - disse Tom.

Voleva aggiungere qualcosa ma tacque, guardava la porta. La porta si aprí ed entrò un tenente seguito da quattro soldati. Tom lasciò cadere la sigaretta - Steinbock? 

Tom non rispose. Fu Pedro a indicarlo. - Juan Mirbal? - È quello sul pagliericcio. - Alzatevi, - disse il tenente. 

Juan non si mosse. Due soldati Io presero per le ascelle e lo misero in piedi. Ma non appena lo lasciarono ricadde. 

I soldati esitarono. - Non è il primo a sentirsi male, - disse il tenente, non avete che a portarlo voi due; ci arrangeremo poi su -. 

Si voltò verso Tom: - Su, venite. 

Tom uscí tra due soldati. Altri due soldati venivano appresso, portavano il ragazzo per le ascelle e per i polpacci. Egli non era svenuto; aveva gli occhi spalancati e le lagrime gli scorrevano lungo le guance. Quando feci per uscire il tenente mi fermò; - Siete voi Ibbieta? - Si. - Aspettate qui: verranno a prendervi fra poco. 

Uscirono. Anche il belga e i due carcerieri uscirono: restai solo. Non capivo quel che mi succedeva ma avrei preferito che la facessero finita subito. Udivo le scariche a intervalli quasi regolari; trasalivo a ciascuna di esse. 

Avevo voglia d'urlare e di strapparmi i capelli. Ma stringevo i denti ed affondavo le mani nelle tasche perché volevo restar pulito. 

Passata un'ora vennero a prendermi e mi condussero al primo piano in una stanzetta che puzzava di sigaro e dove il calore mi parve soffocante. C'erano due ufficiali che fumavano seduti in poltrona, con delle carte sulle ginocchia. - Ti chiami Ibbieta? - Sí. - Dov'è Ramon Gris? - Non lo so. 

Quello che m'interrogava era basso e grasso, Aveva uno sguardo duro dietro agli occhiali. Mi disse: - Avvicinati. 

Mi avvicinai. Egli si alzo e mi prese per il braccio guardandomi con un'aria da farmi sprofondare sotterra. Al tempo stesso mi stringeva i bicipiti con tutte le sue forze. 

Non era per farmi male, era una messa in scena: voleva dominarmi. E trovava anche necessario mandarmi il suo alito putrido in piena faccia. Restammo per un momento cosi, a me veniva piuttosto voglia di ridere. Ci vuole altro per intimidire un uomo in procinto di morire; non atlaccava. Quello mi respinse violentemente e si sedette di nuovo. Disse: - È la tua vita contro la sua. Ti lasciamo salva la vita se ci dici dov'è. 

Questi due tipi gallonati con i loro stivaloni e i loro frustini, dopotutto erano uomini che sarebbero morti. 

Un po' più tardi di me, tra non tanto. E si occupavano a cercar nomi sui loro scartafacci, ricercavano altri uomini per incarcerarli o sopprimerli; avevano delle opinioni sull'avvenire della Spaglia e su altri soggetti. Le loro piccole attività mi parevano urtanti e buffonesche, non mi riusciva più di mettermi al loro posto, mi sembravamo pazzi. 

L'ometto grasso continuava a guardarmi, battendosi gli stivali col frustino. Ogni suo gesto era calcolato per dargli l'aria d'una bestia pronta e feroce. - Allora? Capito? - Non so dov'è Gris, - risposi. - Credevo fosse a Madrid. 

L'altro ufficiale alzò la mano pallida con indolenza. Anche quest'indolenza era calcolata; Vedevo tutti i loro maneggi ed ero stupefatto che ci fossero uomini si divertissero a queste cose. - Avete un quarto d'ora per riflettere, - egli disse lentamente. - Conducetelo al guardaroba, lo ricondurrete fra un quarto d'ora. Se continua a negare, sarà fucilato all'istante. 

Ci sapevano fare: avevo passato la notte in aspettativa; dopo m'avevano fatto aspettare ancora un'ora nella cantina mentre fucilavano Tom e Juan e adesso mi  rinchiudevano nel guardaroba: dovevano aver preparato il loro piano fin dal giorno prima. Avevano dovuto dirsi che i nervi si spossano a lungo andare e in tal modo speravano di avermi. 

Si sbagliavano di molto. Nel guardaroba mi sedetti su uno sgabello, perché mi sentivo molto debole e mi misi a riflettere. Ma non alla loro proposta. Naturalmente sapevo dov'era Gris; stava nascosto presso i suoi cugini, a quattro chilometri dalla città. Sapevo pure che non avrei rivelato il suo nascondiglio, a meno che non mi avessero torturato (ma pareva non pensassero a farlo). 

Tutto questo era già perfettamente regolato, stabilito e non m'mteressava per nulla. Solo, avrei voluto capire i motivi del mio comportamento. Preferivo crepare piuttosto che denunciare Gris. Perché? Non volevo più bene a Ramon Gris. La mia amicizia per lui era morta un pò prima dell'alba contemporaneamente al mio amore per 

Concha, contemporaneamente al mio desiderio di vivere. 

Senza dubbio continuavo a stimarlo; era un eroe. Ma non era per questa ragione che accettavo di morire al suo posto; la sua vita non aveva più valore della mia; nessuna vita aveva valore. Avrebbero messo un uomo al muro e gli avrebbero sparato addosso fino a che non fosse crepato: che fossi io o Gris o un altro era lo stesso. Sapevo bene che lui era più utile di me alla causa spagnola, ma me ne fregavo della Spagna e dell'anarchia: niente aveva piú importanza. Eppure ero lì, potevo salvarmi la pelle denunciando Gris e mi rifiutavo di farlo. Trovavo questo piuttosto comico: era ostinazione. Pensai: «Come si può esser testardi!...» E mi sentii vincere da una strana allegria. Vennero a prendermi e mi ricondussero dai due ufficiati. Un topo ci passò fra i piedi e questo mi divertí. Mi volsi verso uno dei falangisti e gli dissi: - Avete visto il topo? 

Non mi rispose. Era scuro, si prendeva sul serio. Io avevo voglia di ridere ma mi trattenevo perché avevo paura, se cominciavo, di non poter più smettere. Il falangista portava i baffi. Gli dissi pure: - Ti devi tagliare i baffi, ciccione. 

Trovavo buffo che, essendo vivo, lasciasse che i peli gl'invadessero il viso. Mi tirò un calcio senza grande convinzione, e io stetti zitto. 

Ebbene, - disse l'ufficiale grasso, - hai riflettuto? 

Li guardavo curiosamente, come insetti d'una specie rarissima. Gli dissi: - So dov'è. Sta nascosto nel cimitero. In un sepolcro o nella capanna dei becchini. Era per far loro uno scherzo. Volevo vederli alzarsi, affibbiarsi i cinturoni e mettersi a dare ordini con aria affaccendata. 

Balzarono in piedi. - Andiamoci. Moles, fatevi dare quindici uomini dal tenente Lopez. Tu, - mi disse il grassotto, - se hai detto la verità, non ho che una parola. Ma se ci hai preso in giro la pagherai cara. 

Uscirono con fracasso e io attesi pacificamente sotto scorta dei falangisti. Di tanto in tanto sorridevo perché pensavo alla faccia che avrebbero fatta. Mi sentivo abbrutito e malizioso. Me li immaginavo che sollevavano le pietre tombali, che aprivano a una a una le porte dei sepolcri. Mi rappresentavo la situazione come fossi stato un altro: quel prigioniero ostinato a far l'eroe, quei falangisti posati, con i loro baffi, e quegli uomini in uniforme che correvano tra le tombe; tutto ciò era di una comicità irresistibile. Dopo mezz'ora il grassotto ritornò solo. Pensai che veniva a dare l'ordine di fucilarmi. Gli altri dovevano essere rimasti al cimitero. 

L'ufficiale mi guardò. Non pareva affatto deluso. - Conducetelo nel cortile grande insieme agli altri, - Alla fine delle operazioni militari un tribunale regolare deciderà della sua sorte. 

Credetti di non aver capito. Gli domandai: - Allora non mi... non mi fucileranno?... - Non adesso, in ogni caso. Più tardi, la cosa non mi riguarda più.Continuavo a non capire. Gli dissi: - Ma perché? 

Alzò le spalle senza rispondermi e i soldati mi condussero via. Nel cortile grande c'erano un centinaio di prigionieri, donne, bambini, qualche vecchio. Mi misi a girare attorno allo spiazzo erboso nel mezzo, ero inebetito. A mezzogiorno ci fecero mangiare al refettorio. Due o tre individui mi rivolsero la parola. Dovevo conoscerli ma non risposi: non sapevo neppur più dov'ero. 

Verso sera cacciarono nel cortile una decina di prigionieri nuovi. Riconobbi Garcia, il panettiere. Mi disse: - Ne hai della fortuna! Non pensavo di rivederti vivo. - Mi avevano condannato a morte, - dissi, - e poi hanno cambiato idea. Non so perché. - Mi hanno arrestato alle due, - disse Garcia. - Perche? Garcia non si occupava di politica. -Non lo so, - disse, - Arrestano tutti quell che non la pensano come loro. 

Abbassò la voce. - Hanno preso Gris. 

Mi misi a tremare. - Quando? 

- Stamattina. È stato un coglione. Ha lasciato la casa del cugino  martedì perché avevano avuto a che dire. 

Non mancavano le persone che l'avrebbero nascosto, ma non voleva dover piú niente a nessuno. Ha detto: < mi="" sarei="" nascosto="" da="" ibbieta,="" ma="" dal="" momento="" che="" l'han="" preso="" andrò="" a="" nascondermi="" al="" cimitero="">.

- Al cimitero?

- Sí. È stato un coglione. Naturalmente ci son passati questa mattina, doveva succedere. L'hanno trovato nella capanna dei becchini. Lui ha sparato loro addosso e loro l'hanno steso.

- Al cimitero!

Tutto si mise a girare e mi ritrovai seduto in terra: ridevo cosí forte che mi vennero le lagrime agli occhi."

*****

Samuel Beckett - Le poesie (Einaudi)

 

Pag. 19 (Trad. Gabriele Frasca)

 

L'avvoltoio

 

"Trascinando la fame lungo il cielo del mio cranio che serra cielo e terra

piombando su quei proni che dovranno presto riprendersi la vita e andare

irriso da un inutile tessuto se fame terra e cielo sono resti"

 

Pag. 111 (Trad. Gabriele Frasca)

 

"Vorrei che il mio amore morisse

che sul cimitero piovesse

e sulle stradine in cui vado

piangendo lei che credette d'amarmi"

 

Pag. 63-65 (Trad. Gabriele Frasca)

Cascando

 

"1

Perché non meramente l'occasione senza speranze di stillare 

parole 

meglio non è abortire che essere sterili

 plumbee dopo che tu vai via le ore cominceranno sempre troppo presto uncinando alla cieca a dragare il letto del desiderio 

recuperando le ossa i vecchi amori

orbite un tempo riempite di occhi come i tuoi 

forse che tutto è sempre meglio troppo presto che mai

coi volti bruttati dal nero desiderio nuovamente dicendo in nove giorni mai riemerse l'amato 

né in nove mesi né in nove vite 

nuovamente dicendo 

se non m'insegni non imparerò 

nuovamente dicendo ecco vi è un'ultima volta persino per le ultime volte 

ultime volte per mendicare 

ultime volte per amare 

per sapere di non sapere fìngere 

un'ultima anche per le ultime volte 

di dire se non m'ami non sarò amato se non amo te 

non amerò

la zangola di parole stantie nuovamente nel cuore

amore amore amore 

tonfo del vecchio pistone a pestare 

l'inalterabile

siero di parole

nuovamente atterrito 

di non amare 

di amare e non te 

di essere amato e non da te 

di sapere di non sapere fingere 

fingere

io e tutti quegli altri che ti ameranno

se ti amano

3

sempre che ti amino"

*****

Simone de Beauvoir - L'invitata (Oscar Mondadori)

 

Pag. 221-222-223 (Trad. Federico Federici)

 

"Pierre lasciò Françoise alle sette. Lei aveva finito di pranzare, era troppo stanca per leggere, non poteva fare nient'altro che aspettare 

Xavière. Sarebbe poi venuta? Era terribile dover dipendere da quella volontà capricciosa senza aver alcun mezzo per influire su di lei. 

Prigioniera. Françoise guardò i muri nudi; la camera sapeva di febbre e di notte; l'infermiera aveva portato via i fiori e spento la lampada del soffitto; non rimaneva che una gabbia di luce triste intorno al letto. "Che cosa voglio?" ripeteva angosciosamente Françoise. Non aveva saputo far altro che aggrapparsi ostinatamente al passato; aveva lasciato andare avanti Pierre tutto solo; e ora che aveva allentato la presa, era troppo lontano per poterlo raggiungere: ormai era troppo tardi. "E se non fosse troppo tardi?" disse tra sé. Se si fosse finalmente decisa a lanciarsi in avanti con tutte le sue forze, invece di restare ferma, le braccia penzoloni e vuote? Si rialzò sui guanciali. Gettarsi anche lei, senza riserve, era l'unica alea che poteva, correre; forse sarebbe stata a sua volta ghermita da quell'avvenire nuovo dove Pierre e Xavière l'avevano preceduta. Guardò febbrilmente la porta. 

L'avrebbe fatto; non aveva altro scampo; avrebbe deciso. "Basta che Xavière venga!" Sette e mezza: non era più Xavièie che aspettiva con le mani madide e la gola arida; era la sua vita, il suo avvenire e la risurrezione della sua felicità. 

Bussarono piano. «Avanti» disse Françoise. 

Nulla si mosse. Forse Xavière credeva che Pierre fosse ancora lì. «Avanti» gridò Françoise il più forte possibile; ma la sua voce era strozzata: Xavière sarebbe partita senza sentirla e non aveva nessun mezzo ler richiamarla. Xavière entrò.

«Non ti disturbo?»  disse. 

«Ma no, speravo proprio di vederti» disse Françoise. Xavière si sedette accanto al letto.

«Dove sei stata tutto questo tempo?» disse Françoise dolcemente.

«A spasso» disse Xavière. «Com'eri sconvolta» disse Françoise; «perché ti tormenti cosi? Di che hai paura? Non ne hai motivo.» Xavière abbassò il capo, sembrava esausta. «Sono stata pestifera» disse. E aggiunse timidamente: « Labrousse era molto offeso?». «Ma no» disse Françoise; «era soltanto di cattivo umore.» 

Sorrise. «Ma lo rassicurerai.» 

Xavière guardò Françoise terrorizzata. 

«Non oserò mai andarlo a cercare» disse. «È assurdo» disse Fiançoise; «per via della scena di poco fa?» 

«Per via di tutto.» 

«Ti sei spaventata per una parola» disse Françoise; «ma una parola non muta nulla. Non penserai che cercherà di arrogaisi dei diritti su di te?» «Hai visto che pasticcio è già nato» disse Xavière. «Sei tu che hai creato il pasticcio, perché hai perso la testa» disse Françoise. E sorrise. «Ti turba sempre tutto ciò che è nuovo. Avevi paura dì venire a Parigi, paura di recitare. In fin dei conti non ti è ancora successo nulla di male finora.» «No» disse Xavière con un sorriso scialbo. Il suo volto scomposto dalla stanchezza e dall'angoscia sembrava ancor più irreale del solito; eppure era fatto di una dolce carne dove Pierre aveva posato le sue labbra; Françoise contemplò per un lungo momento con occhi innamorati questa donna che Pierre amava. 

«Mentre tutto potrebbe essere cosi bello» disse. «È già bella una coppia unita, ma come sarebbe accora più meraviglioso tre persone che si amano scambievolmente con tutte le loro forze» 

Prese tempo. Era giunto il momento di impegnarsi e accettare il rischio. «Insomma, non è una specie di amore che esiste tra me e te?» 

Xavière le gettò un rapido sguardo. «Sì» disse; e subito un'espressione di tenerezza infantile le arrotondò il viso; di slancio si chinò su Fraoçoise e l'abbracciò, «Come sei calda» disse «hai la febbre?» «La sera ho sempre un po' di febbre» disse Françoise; sorrise; «ma sono così contenta che tu sia qua.» 

Era cosi semplice: questo amore che ora le gonfiava il cuore di tenerezza, era stato sempre a portata di mano; bisognava soltanto tenderla, questa mano timorosa e avara. «Vedi che c'è anche un amore tra Labrousse e te, e cosi fa un bel trio, ben equilibrato» disse. «Non è certo una formula comune di vita, ma non la ritengo troppo difficile per noi. Non lo credi?» «Si» disse Xavière che prese la mano di Françoise e la strinse. «Basta che io guarisca e poi vedrai che vita bella sarà la nastra in tre» disse Françoise. «Tra una settimana ritornerai?» disse Xavière. «Se tutto procede bene» disse Françoise. 

 

Riconobbe di colpo il doloroso irrigidimento di tutto il suo essere; non sarebbe rimasta, più a lungo in questa clinica; era finita la sensaziane del calmo distacco; aveva ritrovato tutta la sua asprezza tesa alla felicità. «È cosí lugubre quell'albergo senza di te» disse Xavière. «Prima, anche quando non ti vedevo tutto il giorno, ti sapevo di sopra, sulla mia testa, sentivo il tuo passo sulle scale. Adesso è cosí vuoto.» «Ma rientrerò» disse Françoise commossa. Non avrebbe mai immaginato che Xavière fosse cosí attenta alla sua presenza; come l'aveva mal giudicata! Come le avrebbe voluto bene per riprendere il tempo perduto. Le strinse la mano e la guardò in silenzio. Le tempie brucianti di febbre, la gola arida, capiva finalmente il miracolo che aveva fatto irruzione nella sua vita. Stava lentamente disseccandosi all'ombra delle costruzioni pazienti e dei gravi pensieri di piombo, quando improvvisamente in uno sfolgorio di purezza e di libertà tutto questo mondo troppo umano era caduto in polvere; era bastato uno sguardo ingenuo di Xavière per distruggere la prigione e ora, su questa terra liberata, mille meraviglie sarebbero nate dalla grazia di questo giovane angelo esigente. Un angelo tenebroso con dolci mani di donna rosse come mani contadine, con labbra che sanno di miele, di tabacco biondo e di tè verde. «Preziosa Xavière» disse Françoise."