IX sec a.C - III sec a.C

Omero - Inni omerici (Bur)

Pag. 69-71-73-75-77-79-81-83-85-87-89-91-93-95-97 (Trad. Giuseppe Zanetto)

Inno a Demetra

"Comincio a cantare Demetra dai bei capelli, dea venerabile, e la sua figliola dalle caviglie sottili, che Adoneo rapì - glielo concesse Zeus onniveggente, signore del tuono, ingannando Demetra dalla spalla d'oro, dea delle splendide messi - mentre giocava insieme alle floride figlie di Oceano e coglieva fiori (le rose e il croco e le belle viole) su un morbido prato. Coglieva le iris e il giacinto, e anche il narciso - insidia per la tenera fanciulla - che la Terra generò su richiesta di Zeus, per compiacere il signore infernale; straordinario fiore splendente, prodigiosa visione per tutti quel giorno, sia per gli dèi immortali che per gli uomini mortali. Dalla sua radice erano sbocciate cento corolle, e al suo profumo fragrante sorridevano l'ampio cielo e tutta la terra e la salsa distesa del mare. Stupita, la fanciulla protese entrambe le mani per cogliere il bel balocco; ma l'ampia terra si aprì nella pianura di Nisa, e ne uscì con i suoi cavalli immortali il signore che ha molti nomi e molti sudditi, figlio di Crono. Afferrò la ragazza e la condusse via sul suo carro d'oro: ed essa, riluttante e in lacrime, mandò un grido altissimo, invocando il padre Cronide, sovrano potente. Ma nessuno fra gli immortali né fra gli uomini mortali sentì la sua voce, neppure gli ulivi dai frutti lucenti. Soltanto la figlia di Perseo la sentì dal suo antro, Ecate dalla candida mente, dal velo splendente; anche il dio Elios, luminoso figlio di Iperione, la sentì invocare il nome del padre Cronide: ma questi era lontano dagli altri dèi, chiuso nel suo tempio ricco di preghiere, intento a ricevere bei sacrifìci dagli uomini mortali. E intanto, con l'assenso di Zeus, rapiva la dea riluttante il fratello del padre, il dio che ha molti sudditi e molti ospiti, il Cronide dai molti nomi, con i cavalli immortali. Finché la dea poteva vedere la terra e il cielo stellato e il mare pescoso dalle vaste correnti e la vampa del sole, finché ancora si aspettava di rivedere la dolce madre e l'eterna famiglia degli dèi, la speranza le riscaldava il nobile cuore, benché fosse angosciata. Echeggiarono le vette dei monti e gli abissi del mare alla sua voce immortale, e la venerabile madre la sentì. Un acerbo dolore le prese il cuore, e dai capelli divini si strappava il velo con le sue stesse mani. Si gettò sulle spalle un manto funereo, e si lanciò come un uccello sulla terra e sul mare, alla ricerca; ma nessuno volle dirle la verità, né fra gli dèi né fra gli uomini mortali, e nessun uccello le portò un messaggio veritiero. Per nove gionii allora l'augusta Demetra vagò sulla terra, stringendo in mano fiaccole ardenti: chiusa nel suo dolore, non si nutriva ne di ambrosia ne di dolce nettare, ne immergeva le membra nell'acqua. Ma quando le apparve la decima fulgida aurora, le venne incontro Ecate, con in mano una torcia, e così le rivolse la parola, desiderosa di informarla: «Augusta Demetra, signora delle messi, ricca di doni, chi fra gli dèi celesti o fra gli uomini mortali ha rapito Persefone e ha contristato il tuo cuore? Infatti ho sentito le grida, ma non ho visto coi miei occhi chi fosse. Questa è la verità, tutta quanta.» Così disse Ecate; e non le diede risposta la figlia di Rea dai bei capelli, ma subito con lei si incamminò, stringendo in mano fiaccole ardenti. Andarono da Elios, sentinella degli dèi e degli uomini; si fermarono davanti ai cavalli, e la dea luminosa gli chiese: «Elios, almeno tu rispetta una dea, quale io sono, se mai con parole o con fatti ho compiaciuto il tuo cuore. Mia figlia, quel mio dolce germoglio, dal volto luminoso ... ho sentito la sua voce acuta nel limpido etere, come se subisse violenza; ma non l'ho vista con gli occhi. Ma poiché tu su tutta la terra e sul mare volgi il tuo sguardo raggiante dall'alto dell'etere chiaro, dimmi sinceramente se hai visto colui - un dio o un mortale - che ha preso mia figlia, mentre io ero lontana, facendole forza, ed è fuggito con lei.» Così disse; e il figlio di Iperione le rispose: «Figlia di Rea dai bei capelli, signora Demetra, saprai tutto. Ti rispetto molto, e compiango il tuo dolore per la figliola dalle caviglie sottili. Nessun altro degli immortali è colpevole se non Zeus che addensa le nubi, che l'ha assegnata come florida sposa ad Ade, suo fratello. Questi l'ha rapita e con le cavalle l'ha trascinata dentro la densa tenebra, nonostante le sue grida. Ma tu, dea, arresta il pianto copioso: non conviene che tu nutra una collera così insaziabile. Fra gli dei non è un genero indegno di te Adoneo dai molti sudditi, tuo fratello e tuo consanguineo. Ebbe in sorte il suo regno all'inizio, quando fu fatta la divisione in tre parti: abita con coloro di cui gli toccò di essere il signore.»" Così disse, ed incitò i cavalli: ed essi al suo ordine rapidamente tiravano il carro veloce, come grandi uccelli. A lei un dolore più atroce e più aspro entrò nel cuore. Irata poi con il Cronide dalle nere nubi, abbandonò il consesso degli dèi e il vasto Olimpo e andò per le città e le fertili campagne degli umani, camuffando il suo aspetto per molto tempo: nessuno degli uomini o delle donne dall'alta cintura la riconosceva vedendola, fino a quando arrivò alla casa del saggio Celeo, che allora era il signore di Eleusi odorosa. Afflitta nel cuore, sedeva lungo la strada, all'ombra, presso il pozzo Partenio, cui attingeva acqua la gente (sopra si protendeva un ramo d'olivo), simile ad una vecchia avanti negli anni, lontana dalla maternità e dai doni di Afrodite amante delle corone: così sono le nutrici dei figli dei re che danno sentenze, così sono le dispensiere nelle regge sonore. La videro le figlie di Celeo figlio di Eleusi, che venivano ad attingere l'acqua abbondante per portarlain brocche di bronzo alla casa del padre. Erano quattro, simili a dee, nel fiore dei giovani anni: Callidice, Clisidice, l'amabile Demolò, e Callitoe, la maggiore di tutte. Non la riconobbero - è difficile per un mortale distinguere un dio - ma standole vicino le rivolsero parole alate: «Da dove vieni, vecchia? Chi sei fra i mortali avanti negli anni? Perché te ne stai lontano dalla città, e non ti avvicini alle case? Lì, nelle sale ombrose, vi sono donne della tua stessa età, ed altre più giovani, che ti mostreranno amicizia, nelle parole e negli atti.» Così dissero, e la dea veneranda replicò con queste paiole: «Salve, care figliole, chiunque voi siate fra le donne. Così vi rispondo (è ben giusto che alle vostre domande dia risposte veritiere): Dos è il mio nome, che l'augusta madre mi diede. E sono venuta qui da Creta, sull'ampia distesa del mare, non per mia scelta: a viva forza i pirati mi condussero via riluttante. Quelli poi con la veloce nave approdarono a Torico, dove le donne scesero a terra in gruppo, ed essi preparavano il pranzo vicino agli ormeggi della nave. Ma il mio cuore non aveva voglia del pasto soave, e allontanandomi di nascosto per la nera contrada fuggivo dai superbi padroni: non dovevano trarre guadagno da me, vendendomi senza avermi comprata! Così sono arrivata qui, vagabondando, e non so che terra sia questa e chi siano gli abitanti. A voi ora tutti gli dèi che abitano l'Olimpo concedano legittimi sposi, e di generare figli conformi ai desideri dei genitori; ma abbiate pietà di me, ragazze, mostrandomi amicizia, care figlie: in casa di chi potrei andare, uomo o donna che sia, a svolgere volenterosa i compiti che si addicono a una donna attempata? Potrei tenere in braccio un bimbo appena nato e allevarlo con cura, custodirei la casa e nel fondo delle stanze ben costruite preparerei il letto dei signori, e sorveglierei il lavoro delle donne». Così parlò la dea; subito le rispose la vergine indomita, Callidice, la più bella fra le figlie di Celeo: «Nonna, pur contro voglia noi umani dobbianao per forza accettare quel che ci danno gli dèi, perché sono molto più forti. Ma io ti informerò con chiarezza, e ti farò i nomi degli uomini che qui hanno potenza e prestigio, che guidano il popolo e difendono le mura della città con i loro consigli e le sagge decisioni. Ci sono Trittolemo dagli accorti pensieri e Dioclo, Polisseno e l'irreprensibile Eumolpo, Dolico e il nostro valoroso padre. Tutti questi hanno mogli che si prendono cura delle case, e nessuna di loro al tuo primo apparire ti caccerà fuori, disprezzando il tuo aspetto: tutte ti accoglieranno, perché assomigli a una dea. Aspetta qui, se vuoi, finché torniamo alle case del padre, e a nostra madre, Metanira dall'alta cintura, raccontiamo ogni cosa con ordine: può darsi che ti inviti a venire da noi, senza cercare la casa di altri. Nella sua casa ben costruita essa nutre un figlio maschio amatissimo, nato tardi, dopo lunga attesa e speranza. Se sarai tu ad allevarlo ed egli diventerà adulto, qualsiasi donna vedendoti facilmente ti invidierà: tale compenso ti darà in cambio delle tue cure». Così disse; la dea accennò con il capo, ed esse riempivano d'acqua le brocche splendenti e le riportavano, esultanti. Rapide arrivarono alla grande casa del padre, e subito alla madre riferirono quel che avevano visto e udito; e subito essa le invitò a tornare da lei e a offrire un compenso infinito. Come cerve o vitelle a primavera saltano sui prati sazie di cibo, così esse, sollevati i lembi delle vesti incantevoli, corsero per la strada incavata: i capelli balzavano lungo le spalle, simili al fiore del croco. Trovarono la dea gloriosa accanto alla via, dove prima l'avevano lasciata, e la condussero alla loro casa paterna; essa veniva dietro, con il cuore turbato e il capo avvolto dal velo: il peplo scuro ondeggiava ai rapidi passi della dea. Presto arrivarono al palazzo di Celeo, sangue di Zeus, e lungo il portico andarono là dove la madre autorevole le attendeva, seduta presso un pilastro del solido tetto, tenendo in braccio il bambino, il nuovo germiglio. Esse le corsero incontro: la dea passò oltre la soglia e col capo toccò il soffitto; riempì le porte di una luce divina. Stupore e rispetto e un pallido timore presero la donna: si alzò dal trono e la invitò a sedersi. Ma Demetra signora delle messi, ricca di doni, non volle sedersi sul trono splendente, e aspettò silenziosa, abbassando i begli occhi, finché l'accorta lambe le pose vicino un robusto sgabello, e sopra vi stese un candido vello. Qui sedendo, la dea si teneva il velo con le mani. A lungo rimase seduta, muta e angosciata, senza rivolgere parole o gesti ad alcuno: non sorrideva, non toccava né cibo né bevanda, struggendosi di nostalgia per la figlia dall'alta cintura. Finché l'accorta lambe, con scherzi e con molti motteggi, indusse la dea veneranda a sorridere, a ridere e a rasserenare il suo animo (lambe che anche poi fu sempre cara al suo cuore). Metanira riempi e le porse una coppa di vino mielato, ma la dea scosse il capo: non le era lecito - disse - bere il rosso vino, e chiese una bevanda d'acqua e farina, mescolate con tenera malva. La donna preparò il ciceone e lo diede alla dea, secondo il comando; lo prese Demetra, augusta signora, e instaurò il rito. Fra loro cominciò a parlare Metanira dalla bella cintura: «Ti saluto, donna: certo non sei nata da genitori dappoco, ma illustri. Dal tuo volto si irraggiano dignità e grazia, come dal volto dei re che danno sentenze. Ma pur contro voglia noi umani dobbiamo per forza accettare quel che ci danno gli dèi: portiamo un giogo sul collo. Ora che sei venuta qui, però, avrai tutto ciò che è mio. Alleva questo mio figlio, che gli dèi immortali mi hanno dato tardi, insperato, e che mi è carissimo. Se sarai tu ad allevarlo ed egli diventerà adulto, qualsiasi donna vedendoti facilmente ti invidierà: tale compenso ti darò in cambio delle tue cure». In risposta le disse Demetra dalla bella corona: «Anch'io ti saluto, donna: che gli dèi ti diano ogni bene. Volentieri prenderò tuo figlio, come mi chiedi. Lo alleverò io, e non credo che per difetto della nutrice un sortilegio o un'erba malefica lo offenderanno: conosco infatti un antidoto molto più forte del veleno, conosco un valido rimedio al sortilegio funesto». Così parlò, e lo accolse nel seno odoroso e fra le braccia immortali: si rallegrò in cuore la madre. Così la dea allevava nel palazzo lo splendido figlio di Celeo, Demofonte, che Metanira dall'alta cintura aveva generato; e il bimbo cresceva simile a un dio, senza nutrirsi di cibo ne suggere Demetra Io ungeva d'ambrosia quasi fosse il figlio di un dio, leggermente alitandogli sopra e stringendolo al seno. Di notte lo avvolgeva nella vampa del fuoco, come un tizzone, all'insaputa dei genitori: per loro era un grande stupore come cresceva precoce e assomigliava agli dèi. E l'avrebbe reso immortale e giovane sempre, se Metanira dalla bella cintura, avventata, di notte dal talamo odoroso non li avesse veduti. Gemette e si battè le cosce, temendo per il figlio, e gran follia la prese; e piangendo pronunciò parole alate: «Demofonte, figlio mio, in una gran fiamma ti avvolge la straniera, e prepara per me pianto e lutti angosciosi». Così disse lamentosa. L'udì la dea chiara; irata con lei, Demetra dalla bella corona con le mani immortali allontanò da sé il bimbo, che la donna aveva generato - inatteso - nel palazzo, e a terra lo depose lontano dal fuoco, furibonda nel cuore, e intanto diceva a Metanira dalla bella cintura: «O mortali sciocchi e insensati, incapaci di prevedere il destino, buono e cattivo! Anche tu per sventatezza gravemente hai sbagliato. Giuro infatti - giuramento divino! - sullo Stige spieiato che avrei reso tuo figlio immortale ed eternamente giovane e gli avrei concesso un onore infinito; ora invece non potrà sfuggire alla morte e al fato. Avrà però per sempre un onore infinito, perché è salito sulle mie ginocchia e ha dormito fra le mie braccia. Per lui anno dopo anno nella buona stagione i figli degli Eleusini ingaggeranno tra loro una guerra e una mischia terribile, sempre continuamente. Io sono Demetra onorata, colei che più procura gioia e conforto a immortali e mortali. Ordunque il popolo tutto costruisca per me un gran tempio e al suo interno un altare, presso la città e le alte mura, sulla collina che domina dall'alto il Callicoro. Io stessa vi insegnerò i riti, perché poi, celebrandoli in modo pio, plachiate il mio cuore». Così dicendo, la dea cambiò statura ed aspetto, scacciando la vecchiaia: bellezza le aleggiava intorno, un'amabile fragranza si diffondeva dal peplo odoroso, e dal suo corpo immortale la luce si irradiava lontano; i biondi capelli le coprivano le spalle, e la solida casa si riempì come della vampa d'un lampo. Lasciò le sale, e a Metanira subito le ginocchia si sciolsero, a lungo rimase senza parole, e non pensò a sollevare da terra il bimbo amatissimo. Ma le sorelle udirono le grida di pianto e accorsero dai loro letti lussuosi: una poi raccolse il bambino e lo strinse al seno, un'altra accese il fuoco, un'altra corse con agili piedi ad accompagnare la madre via dalla stanza odorosa. Stando intorno al bambino scalciante lo lavavano con ogni cura: ma quello non si addolciva nel cuore, perché nutrici e balie peggiori si occupavano di lui ora. Per tutta la notte esse placavano la dea gloriosa, sussultando di paura; e al sorgere dell'aurora raccontarono per filo e per segno al possente Celeo quel che aveva ordinato Demetra, la dea dalla bella corona. Egli riunì in assemblea il suo vasto popolo e comandò di erigere a Demetra dai bei capelli un ricco tempio e un altare, sulla collina svettante. Quelli lo ascoltarono e tosto ubbidirono; secondo il comando, costruivano il tempio, che cresceva alto per volontà della dea. Quando terminarono e conclusero la fatica, tornarono ciascuno a casa sua; e la bionda Demetra dimorava lì, e si teneva lontano da tutti i beati, struggendosi di nostalgia per la figlia dall'alta cintura. Sopra la terra feconda essa rese terribile e odioso quell'anno per gli uomini, perché nei coltivi i semi non gemiogliavano: li nascondeva Demetra dalla bella corona. Molti aratri ricurvi i buoi tiravano invano nei campi, molto bianco orzo cadde vanamente nella terra. E avrebbe distrutto tutta la stirpe degli uomini con la fame spieiata, e avrebbe sottratto ai signori dell'Olimpo l'onore glorioso delle offerte e dei sacrifici, se Zeus non ci avesse pensato, meditando nel suo cuore. Mandò anzitutto Iride dalle ali d'oro a chiamare Demetra dai bei capelli, dea dall'amabile aspetto. Così disse, e Iride obbedì a Zeus Cronide dalle nere nubi, attraversò rapida lo spazio coi piedi e arrivò alla rocca di Eleusi odorosa; trovò nel tempio Demetra vestita di scuro e le parlò pronunciando alate parole: «Demetra, il padre Zeus dalla mente infallibile ti chiede di tornare fra gli dèi che vivono eterni. Vieni! non disattendere la mia parola, che viene da Zeus». Così disse pregandola; ma il cuore di lei non si convinceva. Allora poi il padre le mandò tutti gli dèi beati che vivono eterni: venendo uno dopo l'altro la supplicavano e le offrivano molti bellissimi doni e tutti gli onori di cui volesse godere fra gli immortali. Ma nessuno potè persuadere il cuore e la mente della dea, adirata nel petto: duramente respingeva i discorsi. Diceva infatti che non sarebbe tornata sull'Olimpo odoroso e non avrebbe nutrito i frutti della terra prima di aver rivisto con gli occhi la figlia dal bel volto. Quando udì ciò Zeus onniveggente, signore del tuono, mandò all'Erebo l'Arghifonte dalla verga d'oro, perché blandisse Ade con dolci parole e riportasse la veneranda Persefone dalla densa tenebra alla luce, fra gli dèi, così che la madre vedendola con gli occhi deponesse la collera. Obbedì Ermes, e subito discese rapidamente nei recessi della terra, lasciando le sedi dell'Olimpo. Trovò il signore nella sua casa, seduto sul trono accanto alla nobile sposa, angosciata dalla nostalgia della madre: e questa, lontano, meditava rabbiosi disegni contro gli dèi immortali. Standogli accanto gli disse il forte Arghifonte: «Ade dai foschi capelli, signore dei morti, il padre Zeus ti ordina di rimandare fra gli dèi, fuori dall'Erebo, la nobile Persefone, perché la madre vedendola con gli occhi deponga l'ira e la rabbia furente contro gli immortali. Essa medita un piano terribile: annientare le deboli stirpi degli uomini terrigni nascondendo i semi sotto la terra, annullando gli onori degli immortali. Tremenda è la sua collera, e non si unisce agli dèi, ma se ne sta in disparte nel suo tempio odoroso, chiusa nella rocciosa rocca di Eleusi». Così disse; Adoneo, il signore dei morti, sorrise con le sopracciglia, e obbedì agli ordini di Zeus sovrano. Senza indugio esortò la saggia Persefone: «Persefone, torna da tua madre, la dea vestita di scuro, ma conserva nel petto un cuore e un animo sereni, e non prendertela troppo, oltre ogni misura. Non sarò per te un marito indegno fra gli immortali, io che sono fratello del padre Zeus. Qui tu regnerai su tutti coloro che vivono e camminano, e avrai onori grandissimi fra gli immortali; ci saranno castighi infiniti per chi ti offenderà, per quelli che non placheranno con sacrifici il tuo nume, officiando pii riti e offrendo i doni dovuti». Così disse; si rallegrò la saggia Persefone, e balzò in piedi piena di gioia. Ma egli di nascosto le diede da mangiare un dolce chicco di melograno, guardandosi attorno, perché non rimanesse per sempre lassù, con la veneranda Demetra vestita di scuro. Davanti al carro d'oro Adoneo dai molti sudditi andò a bardare i cavalli immortali. Essa sali sul carro, e accanto a lei il forte Arghifonte prese nelle mani le redini e la frusta e guidò fuori dalla sala i cavalli, che volavano lieti. Rapidamente percorsero il lungo cammino: né il mare né l'acqua dei fiumi né le valli erbose né i monti trattennero la foga dei cavalli immortali: più in alto dei monti essi tagliavano il cielo profondo. Guidandoli là dove attendeva Demetra dalla bella corona, li arrestò davanti al tempio odoroso; ed essa a quella vista scattò come una menade sopra un monte ombroso di boschi. Dall'altra parte Persefone, come vide il bel voltodella madre, lasciando il carro e i cavalli, saltò giù, corse, si strinse a lei, appendendosi al collo. Ma mentre la dea ancora teneva fra le braccia la figlia, di colpo il cuore sospettò un inganno; tremò di terrore e sciogliendosi dall'abbraccio la interrogò con parole: «Figlia, non avrai certo mangiato del cibo là sotto? Parla, non nasoondermi nulla: così entrambe sapremo. Se è così, infatti, lontano da Ade odioso, insieme a me e al padre Cronide dalle nere nubi vivrai, onorata da tutti gli immortali. Se no, scendendo di nuovo nei recessi della terra vivrai laggiù ogni anno per un terzo delle stagioni, e per gli altri due terzi con me e con gli immortali. Non appena la terra a primavera si coprirà di fiori profumati e variopinti, dalla tenebra densa subito risalirai, grande prodigio per gli dèi e per gli uomini mortali. Con quale inganno ti circuì il signore di molti?» A lei replicò la bellissima Persefone: «Sta' certa che ti dirò tutta la verità, mamma. Quando il messaggero Arghifonte venne da me da parte del padre Cronide e degli altri celesti a dirmi di uscire dall'Erebo, perché rivedendomi con gli occhi tu deponessi la rabbia e l'ira terribile contro gli immortali, io balzai in piedi piena di gioia, ma Ade di nascosto mi porse un chicco di melograno, dolce boccone, e con la forza mi costrinse a mangiarlo, pur contro voglia. Ti dirò anche come mi rapi e fuggì, conducendoml negli abissi della terra secondo la ferma volontà del Cronide mio padre: ti racconterò tutto ciò che mi chiedi. Noi tutte insieme sul prato incantevole - Leucippe, Fainò, Elettra e Iante, Melite, lache, Rodeia e Calliroe, Melòbosi, "Tyche e la tenera Okyroe, Criseide, laneira, Acaste e Admete, Rodope, Plutò e l'affascinante Calipso, Stige, Urania e l'amabile Galaxaure, e Pallade battagIiera e Artemide saettatrice - giocavamo e raccoglievamo splendidi fiori, il croco delicato e insieme iris e giacinti e corolle di rose e gigli, spettacolo meraviglioso, e il narciso, che simile al croco spuntava dall'ampia terra. Io appunto lo coglievo con gioia, ma il suolo da sotto si aprì e ne balzò fuori il possente dio, signore di molti. Mi portò sotto terra sul suo carro d'oro, benché resistessi e levassi altissime grida. Ecco: ti ho detto tutta la verità, anche se mi addolora» Così allora per tutto il giorno, con cuore concorde, confortavano a vicenda il loro spirito, con mutui gesti d'affetto: il cuore si svuotava degli affanni; ricevevano e davano scambievolmente gioia. Venne loro vicino Ecate dal velo splendente, e abbracciò stretta la figlia dell'augusta Demetra: da allora la dea è sua battistrada e sua scorta. Zeus onniveggente, signore del tuono, mandò loro come messaggera Rea dai bei capelli, perché riconducesse Demetra vestita di scuro in mezzo agli dèi, e promise di darle qualunque privilegio essa volesse fra gli dèi immortali. Stabilì che sua figlia, anno dopo anno, per un terzo del tempo stesse dentro la densa tenebra e per due terzi accanto alla madre e agli altri immortali. Cosi disse, e obbedì la dea all'invito di Zeus: subito calò dalle vette dell'Olimpo e arrivò a Rario, terra umida e fertile un tempo, ma allora niente affatto fertile, anzi pigra e infeconda: teneva nascosto il bianco seme per volontà di Demetra dalle belle caviglie (ma in seguito si sarebbe presto ricoperta di lunghe spighe col procedere della primavera: nelle campagne i pingui solchi si sarebbero riempiti di spighe, da legare poi in covoni). Qui anzitutto arrivò Rea, scendendo dal limpido etere: si rividero con piacere, e gioirono nel cuore. Così Rea dal velo splendente parlò a Demetra: «Vieni, figlia: Zeus onniveggente, signore del tuono, ti chiede di tornare in mezzo agli dèi, e promette di darti qualunque privilegio tu voglia fra gli dèi immortali. Stabilisce che tua figlia, anno dopo anno, per un terzo del tempo stia dentro la densa tenebra e per due terzi accanto a te e agli altri immortali. Così dice che avverrà: lo ha sancito con un cenno del capo. Obbedisci, figlia mia, ti prego; non nutrire una collera incessante contro il Cronide dalle nere nubi. Presto; fa' crescere per gli uomini i frutti nutrienti!». Così disse, e obbedì Demetra dalla bella corona, e subito fece spuntare il frutto dalle campagne feconde, e tutta l'ampia terra si ricoprì di foglie e di fiori. Ed essa andò dai re che danno sentenze - Trittolemo e Diocle agitatore di cavalli, il possente Eumolpo e Celeo, condottiero di eserciti e mostrò loro l'esecuzione dei riti e rivelò a tutti - a Trittolemo, a Polisseno e inoltre a Diocle - l sacri misteri, che non è consentito profanare né indagare né rivelare, poiché la reverenza per gli dèi frena la voce. Beato fra gli uomini chi ha assistito a questi riti! Ma il non iniziato ai misteri, l'escluso, non avrà identica sorte, neppure da morto, sotto l'umida terra. Quando la dea chiara ebbe insegnato ogni cosa, salirono all'Olimpo, fra la folla degli altri dèi: qui abitano, accanto a Zeus signore del fulmine, venerate e rispettate. Beato fra gli uomini terreni colui che esse di cuore prediligono: a protezione della grande casa subito gli mandano Pluto, che dispensa ricchezza agli uomini mortali. Voi, dee che regnate sulla terra di Eleusi odorosa e su Paro marina e su Antrone petrosa: tu, Demetra, augusta dea, signora delle messi, ricca di doni, e tu, bellissima Persefone, sua figlia, premiate benigne il mio canto con l'amabile prosperità. E io canterò te, e anche un'altra canzone."

*****

Esiodo - Teogonia (Società editrice Dante Alighieri)

 

Pag. 69-71-72-73 (Trad. Pierpaolo Quattrone)

"Ma il potente Crono, come dal sacro ventre della madre giungeva alle ginocchia uscendo ognuno, se lo ingoiava, il delitto studiando perché della celeste discendenza in vece sua nessuno conquistasse la potestà regale sugli dèi. Aveva infatti dalla Terra appreso e dal Cielo di stelle scintillante come nei suoi destini fosse scritto che proprio lui - eppure cosi forte - verrebbe spodestato, e dal suo sangue! per il volere del possente Zeus. Perciò, guardingo, stava; e non invano: ma aspettandoli al varco li inghiottiva, i propri figli; e atroce Rea lo strazio l'attanagliava. Ma quando era ormai prossima a partorire il padre d'uomini e d'immortali - Zeus -, prese allora i genitori suoi - la Terra e il Cielo di stelle scintillante - ad implorare: un'arte astuta insieme escogitassero, il frutto del suo parto nascondessero, per far cosi vendetta delle Erinni del padre suo e dei figli che andava man mano divorando il grande Crono con perverso pensare. Quelli allora - appieno comprendendo - si persuasero a porgere alla loro figlia ascolto, e insegnandole i fati le svelarono quanto serbasse il destino per Crono sovrano e per il coraggioso figlio. Quindi in terra di Creta la scortarono, nella fertile Litto, quando appunto prossima a partorire fu il potente Zeus, lultimo nato: e prodigiosa glielo accolse la Terra per nutrirlo ed allevarlo nella vasta Creta. Fu li che giunse, a sé stringendo il figlio, mentre la nera notte attraversava veloce fra le tenebre: e per prima arrivò a Litto. Allora tra le mani lo avvinse e lo distese - ben nascosto nel profondo di un antro che si addentra nei penetrali occulti della sacra terra, fra intrichi folti di foreste, sul monte Egèo. Quindi avvolta in fasce una pesante pietra la protese al gran signore progenie del Cielo, re degli dèi primigeni; e porgendo - lo sciagurato! - il cavo delle mani la prese e la buttò dentro lo stomaco, senza avvedersi che in luogo del masso incolume e al sicuro alle sue spalle il figlio gli restava, che l'avrebbe con le sue mani vinto - di lì a poco spogliandolo del trono, per poi essere degli immortali lui re e signore. Rapidamente intanto germogliavano le forze, splendido fioriva il corpo del sovrano; e volgendo il giro l'anno, gabbato dall'inganno della Terra con molta astuzia aveva suggerito liberò la sua prole rigettandola, il grande Crono dal torto pensiero, vinto da ingegno e forza di suo figlio. Per prima dunque vomitò la pietra - che l aveva inghiottita come ultima e Zeus la infisse al suolo, per i vasti sentieri della terra, in Pito sacra presso una valle ai piedi del Parnaso: che a futura memoria rimanesse per i mortali un segno a monumento dei portentosi eventi. Quindi sciolse dalle funeste catene i fratelli del padre - i figli del Cielo che Crono aveva avvinto nella sua follia; e per riconoscenza, non dimentichi del bene ricevuto, essi gli diedero il tuono e il fulmine fiammante e il lampo, prima racchiusi nella Terra immane: forte di questi, impera sui mortali e sugli dèi immortali signoreggia."

 *****

Saffo - Poesie (Newton classici)

 Pag. 65-66-67 (trad. Ilaria Dagnini)

Frammento. 1

"Immortale Afrodite dal trono mirabilmente adorno figlia di Zeus, che ordisci inganni, io ti prego non stringere il mio cuore in una rete di oppressione, di angoscia. Ma qui vieni, se già altra volta udendo la mia voce di lontano mi desti ascolto e lasciando la casa del padre accorresti, dopo aver aggiogato il carro d'oro; belli ti conducevano i passeri veloci sulla terra nera in un fitto battere d'ali, dal cielo, attraverso l'etere; presto giunsero; tu, o beata, sorridendo nel tuo viso immortale, mi chiedevi cosa di nuovo io soffrissi e perché di nuovo ti invocassi e cosa di nuovo così intensamente desiderassi nel mio cuore impazzito; chi questa volta persuaderò ...ad amarti? Chi, Saffo, ti fa torto? Se ora ti sfugge, presto ti cercherà, se non accetta i tuoi doni, lei stessa tè ne offrirà, se non ti ama, presto ti amerà, anche se non volesse. Vieni a me anche ora, liberami da quest'ansia crudele, quanto il mio cuore desidera si compia, esaudisci, sii mia alleata"

 

Pag. 87-88 (trad. Ilaria Dagnini)

Frammento. 31

"Mi appare simile agli dei l'uomo che ti siede dinanzi e da vicino ascolta tè che parli dolcemente e sorridi incantevole, questa visione sconvolge il mio cuore in petto: perché appena ti guardo più non mi riesce di parlare, la lingua s'inceppa, subito un fuoco sottile corre sotto la pelle, gli occhi non vedono più, le orecchie rombano, il sudore mi scorre, un tremore mi afferra tutta, sono più verde dell'erba, mi vedo a un passo dall'essere morta. Ma tutto bisogna sopportare perché..."

*****

Eschilo - Agamennone

"O cittadini qui presenti, venerandi tra gli Argivi, io non ho ritegno di esprimere dinanzi a voi i miei sentimenti d'amore per lo sposo: col tempo il riserbo perisce tra gli uomini. E non per averlo appreso da altri, io voglio narrare la misera mia vita per tanto tempo, quanto questi rimase sotto Ilio. Anzitutto, che una donna se ne stia in casa senza il maschio in solitudine, ascoltando tante lusinghe odiose, è un male terribile: e arriva uno, e poi un altro, ad annunziare sventura ancor più grave e fanno risuonare dolore nelle case... E a causa di queste voci odiose, molte volte altri sciolsero i lacci dal mio collo a violenza serrato. Per questa ragione -prosegue, rivolgendosi ad Agamennone- non è presente qui il figlio, come doveva, pegno della mia e della tua fedeltà, Oreste: non meravigliartene. Un benigno ospite nostro lo alleva, Strofio Focese... I rivi impietosi delle mie lacrime si sono estinti e non una goccia vi rimane: e gli occhi, che stentavano a prendere sonno, ho consunto, piangendo segnali di fuoco per tè, sempre delusi... Ora dunque, mio diletto, scendi da questo cocchio...."

*****

Anite di Tegea - Candidi crochi (Finisterrae)

Pag. 25 (Trad. Daniele Lucchini)

"Cara patria Mileto, morimmo noi tre fanciulle tue figlie, negandoci all'empia arroganza dei Galli, volte a ugual sorte dalla furia della spada dei Celti. Scampammo violenza e nozze bestiali, trovando in Ade uno sposo amorevole."