1945 - 1980

Adam Zagajewski - Dalla vita degli oggetti (Adelphi edizioni)

Pag. 99 (Trad. Krystyna Jaworska)

A mezzanotte

"Parlammo a lungo nella notte, in cucina; alla morbida luce della lampada a petrolio gli oggetti, incoraggiati dalla sua delicatezza, spuntavano dal buio, svelando i propri nomi: sedia, tavolo, saliera. 

A mezzanotte dicesti: andiamo fuori. D'un tratto vedemmo il cielo ed esplosero le stelle, stelle d'agosto. 

Il pallido fuoco della notte tremava sopra di noi, indomito, eterno. 

Il mondo ardeva, senza voce, avvolto dal bianco incendio in cui dormivano i villaggi, le chiese e le biche di fieno profumate di menta e di trifoglio. Ardevano gli alberi e le torri, l'acqua e l'aria, il vento e le fiamme. 

Cos'è il silenzio di questa notte se i vulcani hanno gli occhi spalancati e il passato è presente, minaccioso, e spunta dalla tana come la luna o l'arbusto di ginepro? 

 Sono fresche le tue labbra e sarà fresca l'aurora, telo gettato su una fronte che scotta."

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Paola Mastrocola - L'amore prima di noi (Einaudi)

Pag. 12-13 dal racconto di Persefone

"Afrodite lo osservava, dall'alto del monte Erice dove gli uomini le avevano edificato un tempio. Seguiva quei suoi giri alati a un palmo della terra e anche a lei nacque un desiderio: farlo cadere innamorato. Si sentiva inutile: lei che regalava la passione a tutti non aveva potere su di lui; quel dio che possedeva un terzo dell'universo se ne andava solo, indisturbato, illeso. Convocò suo figlio Eros e gli disse: Comandiamo il cuore degli uomini e degli dèi, possiamo tollerare che un tale dio ci sfugga?

Madre, si tratta del pallido e glaciale Ade, in lui non scorre il sangue della vita...

Tu credi?

Il nero cocchio passava vicino alla città di Enna, dov'era il lago Pergo. Intorno, una fitta foresta ombreggiava i prati. Proprio lì si trovava Persefone, giocava con le figlie di Oceano a intrecciare ghirlande. Il tempo e il luogo determinano gli eventi? Se Ade fosse passato altrove, avrebbe visto un'altra? La freccia di Eros lo colpì in quel momento, inutile farsi domande. Lui non se ne accorse. Nessuno mai si accorge d'essere colpito, il bello del gioco svanirebbe. Fu solo un improvviso intensificarsi dello sguardo. Gli occhi gli si posarono sulla fanciulla che raccoglieva fiori, con un'accentuata insistenza, un'intenzione. Era lo sguardo che vede la bellezza, e la vuole per sé."

 

Pag. 61-62 dal racconto di Eco e Narciso

"Il tempo passa. L'amore la consuma, come un fuoco che da dentro distrugge, secca gli umori, arde. La pelle le si affloscia, perde i colori, il sangue vitale. Diventa solo ossa, sembra una donna fatta d'aria, lei, figlia dell'Aria.

Perde ogni fattezza umana ed esiste solo come voce, è la voce che si fa sentire se qualcuno intorno, per caso, voglia parlare al vento, o a se stesso. 

Da allora Eco non abbandona i monti, e vive perlopiù in caverne, grotte, cupi anfratti della terra. Diventa pietra e voce, pietra che risuona all'infinito a vuoto, e la gente che l'ascolta dice: Oh guarda, è Eco... 

Eco non sapeva d'aver incontrato Narciso. 

Era lui quel giovane bellissimo, condannato a non amare mai nessuno. Perché a nessuno permetteva che gli prendesse il cuore, aveva come una paura, e si ritraeva. Forse perché era figlio di uno stupro, forse era per questo. Suo padre Cefiso era un fiume. Un giorno aveva visto Liriope, bella come un giglio, e l'aveva avvolta nelle spire tortuose delle sue onde, l'aveva presa dentro l'acqua, con violenza. Da quell'offesa era nato lui, Narciso, il giovane più bello al mondo, che se ne andava solo. E ora lui, figlio di un fiume irruente, avrebbe forse amato Eco, figlia dell'Aria senza peso. Ma eco non gli sapeva parlare, e lui che era nato da una violenza non voleva un amore senza parole."

 

Pag. 90-91 dal racconto di Aretusa

"Alfeo è giovane, inesperto di sé e dei modi di amare. 

Non sa come sfogare quel che sente. E rivolge al padre questa domanda sospesa, questa incertezza: Come potrò mai amare? Oceano sorride. Suo figlio è un fiume così ingenuo. Non possiede conoscenza, non sa chi è. Soprattutto, ignora che si tratta, per ognuno, di trovare la forma giusta. Il luogo idoneo, il tempo propizio. Noi possiamo diventare tutto, dice al figlio, siamo immensi. L'immagine in cui ci mostriamo è solo una delle tante possibili. Siamo acqua, ricordati. L'acqua non ha forma perché possiede tutte le forme. Basta scegliere il perimetro, la cavità che ci raccolga. Siamo come idee, Alfeo. Diventiamo quel che riempie il vuoto, lo spazio concavo, tutto. Oceano sa le infinite possibilità dell'acqua. È figlio di Gea la dea Terra e del dio stellato Cielo, che procrearono la stirpe dei Titani. A lui, appena nato, avevano detto: Ti chiamerai Oceano e avvolgerai il mondo, separandolo dal buio Erebo. Nessun dio sarà più grande di te. Sarai l'anello circolare senza fine, il fiume che non s'interrompe. E dalle tue acque avranno origine tutte le acque del mondo, i mari, i laghi, i torrenti, e ogni rigagnolo, ogni sorgente. Come potrò mai amare?, aveva chiesto Oceano, a sua volta, al padre. Il Cielo era sceso su di lui, e guardando con occhio benevolo quel figliolo perplesso e insicuro che pure conteneva dentro al suo perimetro il mondo intero, gli aveva parlato: Non devi preoccuparti, sarà un istante, e ti si poserà l'amore addosso. Sarà lo stesso impeto che tu vorrai, nel medesimo tempo, offrire al cielo. Fu cosi. Un giorno l'immensa Teti si chinò a baciarlo. In quell'attimo Oceano fu oscurato come se una nube di dimensioni gigantesche gli fosse sopra, ed egli s'inarcò verso l'alto per raggiungerla, quella nube. Quando Teti si staccò da lui, subito si distese e si rischiarò, ritornando colore del mare. Oceano e Teti generarono tremila figlie fatte di acqua, le Oceanine, e tremila fiumi. Alfeo è uno di loro, il fiume greco che lambisce Olimpia."

 

Pag. 111-112 dal racconto di Clizia

"Helios acconsente. Sa che l'impresa eccede le capacità di qualsiasi giovane inesperto, concede a suo figlio qualcosa di troppo grosso per lui. Ma non riesce a frenare la voglia di essergli padre, e di apparirgli buono. E, così facendo, lo condanna a morte. Fetonte non sa guidare il carro, non è il Sole, è soltanto suo figlio. Lo spinge troppo in alto, e sbriciola le stelle. Lo porta troppo in basso, e brucia le terre libiche ed etiopi, le desertifica, e tinge di scuro la pelle degli uomini. Fino a che Zeus non ha più pazienza. Non può tollerare. Deve proteggere i confini di ciò che è lecito, preservare le leggi che regolano l'universo. Non può permettere che la debolezza di un padre sovverta l'ordine armonico del Tutto. Prende una folgore, colpisce Fetonte, che preclpita dal carro, cade nelle acque del fiume Po. Lì le sorelle lo piangono, e gli dèi le trasformano in pioppi. Ma questa è un'altra storia, che parla dell'amore quando non basta, per amare veramente. E ogni volta che il cielo si annuvola o si vela, è il Sole che ritorna al pensiero di suo figlio, e vanamente si rammarica di aver sbagliato. Helios ha patito anche questo dolore. E ora guada con pietà Clizia, il suo volto farsi corolla, i piedi affondare nel cupo della terra e il corpo assottigliarsi in stelo. E Clizia vorrebbe dirgli che non importa, che non le dispiace di essersi mutata in fiore, di aver perso la vita. L'amore è sguardo. Lo sguardo è desiderio. De-sidera, l'amore che discende dalle stelle. Lei ha amato un dio. È stato più di ogni altro amore. Amare un dio è vivere nella pienezza, non conoscere la superficie piatta, il grigio nebbioso dei giorni tutti uguali. Essere colmi, mai vuoti. Non ci si sente soli, se c'è un dio con noi, se ce Io portiamo dentro e si fa in noi pensiero. Clizia vorrebbe dirgli che forse è stato cosi anche per il suo Fetonte: essere figlio di un dio, sapere anche solo per un giorno che tuo padre è il Sole, guidare il suo carro. Non importa quanto dura, non importa la morte. Clizia non sarà infelice, se le è dato di guardare il Sole: si farà bastare lo spazio del cielo che il dio percorre. Avrà per sempre questa stortura, questo gesto che la gira. Non importa. Sarà l'amore che non muta, che si serba intatto. Ciò che non arriva a compimento non si esaurisce. Ciò che si sfalda prima nell'aria vivrà di desiderio. Lasciami fiore, immobile, che ti segue ovunque con lo sguardo.Sarai l'amore che non si fa prendere."

 

Pag. 155-156 dal racconto di Fedra

"Quanto somiglia al padre, Ippolito! È di quella somiglianza che s'è innamorata. Lei non è una donna ignobile, che adesca ragazzi e disonora il letto coniugale. Voleva soltanto riprendersi la vita, la giovinezza che non ha vissuto. 

Ippolito è Teseo... È Teseo ancora giovane, il Teseo che lei non ha avuto, che non era suo, che ha dovuto lasciare alla sorella... E quando Arianna è stata abbandonata su quell'isola, non si può dire che lei abbia gioito, questo no, ma è diventata un'altra, una che sa aspettare. Ha aspettato che Teseo sposasse l'Amazzone, che avessero un figlio e che lui si disamorasse. 

Per lei Ippolito non è mai stato un figlio. Non era suo, come poteva sentirsi sua madre? Ma quando lo ha visto... 

C'era in lui qualcosa d'irreversibile. Come un destino che, malgrado ogni contrasto, ogni errore, si deve compiere. Ippolito era quel destino. Riprendersi la vita. Rifarsi delle sconfitte, delle attese troppo lunghe, dell'uomo sbagliato. 

Teseo l'uomo che abbandona troppe donne. L'uomo che va per il mondo a conquistare e uccidere, che ha sempre una missione, un disegno solo suo, dove non c è posto per nessuna donna. 

Un amore comprende, nel disegno, non lascia fuori. 

Lei ha solo provato a immaginarlo, quell'amore, quando ha visto Ippolito.

Scrive una lettera, prima di uccidersi. Una lettera a Teseo in cui gli dice che suo figlio s'è innamorato di lei, l'ha circuita, sedotta. Ha profanato il letto di suo padre. 

E ora lei per questo si uccide. Inventa questa storia, che capovolge la verità, la rifrange in un'immagine impossibile, inaccettabile. Accusare Ippolito e morire, togliersi per sempre la parola, per confermare o negare. Più nulla, solo silenzio. Perché la colpa di Ippolito sia senza appello. 

 

Una condanna eterna, diabolica. O un regalo che ha voluto farsi, prima di morire; raccontare la storia che avrebbe voluto fosse, darsi questa possibilità, almeno attraverso le parole: fìngere un amore che non c'è stato, immaginarlo in una lettera. Avere una pietà, per sé."

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Mariangela Gualtieri - Le giovani parole (Einaudi)

Pag. 33-34

"Il vento con la sua sgarbataggine sei sola 

diceva, insinuando sotto la porta, 

sei sola sola. 

E ti credevi alleata - e ti credevi 

sposa e sognata. 

Sei sola. Nessuno ti sogna. Non sei 

tu che entri spalancata vestita di veli nel velo del sogno. Non sei tu crudele diceva.

Sei sola sei sola. E un pianto enorme un pianto grosso di dolore terrestre 

umano un pianto come di rado gonfiava di 

lievito amaro dal fondo da un sotto profondo inselvatichito un pianto scatenato sul punto enorme 

d'orrore. E ti credevi e tu ti credevi 

il vento assillava sbatteva le porte del cuore lo scrigno 

di gioia lo sparpagliava in immondo 

sentiero e tu ti credevi diceva e tu spensieravi sei sola 

diceva. Tu sei la più sola."

 Pag. 27-28

"È uno scrigno di perfezione - il seme - Non tradisce il motto che lo fonda 

la legge che gli impone 

d'essere un nome solo: orzo frumento, grano, riso, un'agitazione di forme che condensa sapiente il colore e l'aroma. 

Il seme è una miccia inesplosa che pacifica attende.

Una particella che sogna addormentata. E poi si slancia scatenata a popolare di sé 

tutta la terra ogni crepa e riva 

in una gioia d'essersi svegliata. 

D'essere qui, caduta sul pianeta meraviglia."

 Pag. 62

"Meraviglia dello stare bene 

quando le formiche mentali non partoriscono altre formiche e si sta leggeri come capre sulla rupe 

della gioia."