1928 - 1934

Anne Sexton - Una come lei e altre poesie (Via del vento Edizioni)

 

Pag. 3 (Trad. Marina de Carneri)

 

Una come lei

 

"Sono uscita, una strega posseduta che caccia l'aria nera, più intrepida di notte che sogna il male, ho fatto il mio dovere al di sopra delle case normali, luce per luce: creatura solitaria, con dodici dita, fuori di sé. 

Una donna così non è una donna, del tutto. 

Io sono stata come lei. 

Ho trovato le caverne calde nei boschi, 

le ho riempite di tegami, intagli, ripiani, stanzini, sete, innumerevoli oggetti; 

ho preparato cene per i vermi e gli elfi: 

lamentandomi, riordinando il disallineato. 

Una donna così è fraintesa. 

Io sono stata come lei. 

Ho viaggiato nel tuo carro, conducente, 

ho salutato con le mie braccia nude i vIllaggi che passavano, 

imparando gli ultimi luminosi tragitti, sopravvissuta 

dove le tue fiamme ancora mordono la mia coscia e le mie costole si incrinano dove turbinano le tue ruote. 

Una donna così non si vergogna di morire. 

Io sono stata come lei."

 

Pag. 9-10 (Trad. Marina de Carneri)

 

In compagnia degli angeli

 

"Ero stanca di essere una donna, stanca di cucchiai e pentole, stanca della mia bocca e dei miei seni, stanca di cosmetici e sete. 

Cerano ancora uomini seduti alla mia tavola, raccolti intorno alla coppa che offrivo. 

La coppa era piena di chicchi d'uva viola e le mosche erano attratte dal profumo e perfino mio padre si fece avanti con il suo osso bianco. 

Ma io ero stanca del genere delle cose. 

La notte scorsa ho fatto un sogno e gli ho detto... «Sei tu la risposta. 

Tu sopravviverai a mio marito e a mio padre». 

In quel sogno c'era una città fatta di catene 

dove Giovanna fu messa a morte in abiti maschili e la natura degli angeli non fu spiegata, non ce n'erano due della stessa specie, uno con il naso, un altro con un orecchio in mano, uno masticava una stella e registrava la sua orbita, ognuno come un poema obbediva a se stesso, facendo le veci di Dio, un popolo separato.  «tu sei la risposta», dissi io, ed entrai stesa sui cancelli della città. 

Poi fui stretta in catene e persi il mio genere normale e il mio aspetto finale. 

Adamo era alla mia sinistra e Eva era alla mia destra, entrambi del tutto incompatibili con il regno della ragione. 

Intrecciammo le braccia e marciammo sotto il sole. 

Non ero più una donna, ne una cosa ne l'altra. 

O figlie di Gerusalemme, 

il re mi ha condotto nella sua camera. 

Sono nera e sono bellissima. 

Sono stata aperta e svestita. 

Non ho ne braccia ne gambe. 

Sono tutta pelle come un pesce. 

Non sono più donna 

di quanto Cristo sia un uomo."

 

*****

 

Alda Merini

 

Fiore di poesia, Einaudi (1951-1997)

Pag. 37

 

Nozze romane

 

"Sí, questa sarà la nostra casa, oggi arrivo a capirlo;

ma tu, uomo gaudente, chi sei?Ti misuro: una formula eterna.

Hai assunto un aspetto inesorabile.

Mi scaverai fin dove ho le radici (non per cercarmi, non per aiutarmi) 

tutto scoperchierai che fu nascosto per la ferocia di malsane usanze.

Avrai in potere le mie fondamenta 

uomo che mi costringi;

ferirai le mie carni col tuo dente,

t'insedierai al fervore d'un anelito per soffocarne il senso dell'urgenza.

Come una pietra che divide un corso, un corso d'acqua giovane e irruente, tu mi dividerai con incoscienza

nelle braccia di un delta doloroso..."

 

Fiore di poesia, Einaudi (1951-1997)

 

Pag. 55

 

Rinnovate ho per te

 

"Rinnovate ho per te le antiche date 

sino da quando l'Ellade gioiosa si compiaceva d'ogni assurdo, cupo seno di vergini aggiogate allo splendido carro apollineo.

E, infuriata com'esse grido all'ara del tuo amore perfetto 

tutta la forza del mio sangue oscura.

 

Tu, bellissimo Iddio che nella fronte

reggi un gioiello di pazienza duro

e sopporti implacabile le forme

del mio amore vivace, tumultuoso,

guardi alle mie incertezze come a un campo

seminato di indocili bufere

guardi apprensivo l'occhio del Signore.

(Che cristiana son io ma non ricordo dove e quando finí dentro il mio cuore

tutto quel paganesimo che vivo)."

 

*****

Sylvia Plath - Opere (I meridiani)

 

Pag. 465-467-469

 

Tulipani (18 Marzo 1961)

 

"I tulipani sono troppo eccitabili, qui è inverno. Guarda com'è tutto bianco, quieto, coperto di neve.       Sto imparando la pace, distesa quietamente, sola, come la luce posa su queste pareti bianche, questo letto, queste mani.

Non sono nessuno; non ho nulla a che fare con le esplosioni.

Ho consegnato il mio nome e i miei vestiti alle infermiere, la mia storia all'anestesista e il mio corpo ai chirurghi. 

Mi hanno sistemato la testa fra il cuscino e il risvolto del lenzuolo come un occhio fra due palpebre bianche che non vogliono chiudersi.       Stupida pupilla, deve assorbire tutto. 

Le infermiere passano e ripassano, non danno disturbo, passano come gabbiani diretti nell'interno, in cuffia bianca, le mani affaccendate, ciascuna identica all'altra, sicché è impossibile dire quante sono. Il mio corpo è un ciottolo per loro, lo accudiscono come l'acqua accudisce i ciottoli su cui deve scorrere, lisciandoli piano. 

Mi portano il torpore nei loro aghi lucenti, mi portano il sonno. 

Ora che ho perso me stessa, sono stanca di bagagli...

la mia ventiquattrore di vernice come un portapillole nero, mio marito e mia figlia che sorridono dalla foto di famiglia; i loro sorrisi mi si agganciano alla pelle, ami sorridenti.

Ho lasciato scivolar via le cose, cargo di trent'anni ostinatamente aggrappata al mio nome e al mio indirizzo. 

Con l'ovatta mi hanno ripulito dei miei legami affettivi. Impaurita e nuda sulla barella col cuscino di plastica verde ho visto il mio servizio da tè, i cassettoni della biancheria, i miei libri affondare e sparire, e l'acqua mi ha sommerso. 

Sono una suora, adesso, non sono mai stata così pura.     Io non volevo fiori, volevo solamente giacere con le palme arrovesciate ed essere vuota, vuota. 

Come si è liberi, non ti immagini quanto...

È una pace cosi grande che ti stordisce, e non chiede nulla, una targhetta col nome, poche cose. 

È a questo che si accostano i morti alla fine; li immagino chiudervi sopra la bocca come un'ostia della Comunione. 

Sono troppo rossi anzitutto, questi tulipani, mi fanno male. 

Li sentivo respirare già attraverso la carta, un respiro sommesso, attraverso le fasce bianche, come un neonato spaventoso.              II loro rosso parla alla mia ferita, vi corrisponde.       Sono subdoli: sembrano galleggiare, e invece sono un peso, mi agitano con le loro lingue improvvise e il loro colore, dodici rossi piombi intorno al collo. 

Nessuno mi osservava prima, ora sono osservata.                  I tulipani si volgono a me, e dietro a me alla finestra, dove una volta al giorno la luce si allarga lenta e lenta si assottiglia, e io mi vedo, piatta, ridicola, un'ombra di carta ritagliata tra l'occhio del sole e gli occhi dei tulipani, e non ho volto, ho voluto cancellarmi.

I vividi tulipani mangiano il mio ossigeno.

Prima del loro arrivo l'aria era calma, andava e veniva, un respiro dopo l'altro, senza dar fastidio. 

Poi i tulipani l'hanno riempita come un frastuono. 

Ora s'impiglia e vortica intorno a loro così come un fiume s'impiglia e vortica intorno a un motore affondato rosso di ruggine. 

Concentrano la mia attenzione, che era felice 

di vagare e riposare senza farsi coinvolgere. 

Anche le pareti sembrano riscaldarsi. 

I tulipani dovrebbero essere in gabbia come animali pericolosi, si aprono come la bocca di un grande felino africano, e io mi accorgo del mio cuore, che apre e chiude la sua coppa di fiori rossi per l'amore che mi porta. 

L'acqua che sento sulla lingua è calda e salata, come il mare, e viene da un Paese lontano quanto la salute."

 

Pag. 651-653-655

 

Papà (12 Ottobre 1962)

 

"Non mi vai più, no, non mi vai più, scarpa nera,  in cui per trent'anni ho vissuto come un piede, povera e bianca, senza osare respiro o starnuto.

Ho dovuto ucciderti, papa.  Sei morto prima che avessi il tempo...

Pesante come marmo, otre pieno di Dio, orrida statua con un alluce grigio, grosso come una foca di Frisco 

e la testa nell'Atlantico bizzarro dove fiotta verde oliva sul blu nelle acque della bella Nauset. 

Pregavo per riaverti, un tempo. 

Ach, du.

In lingua tedesca, nel paese polacco spianato dal rullo compressore di guerre, guerre, guerre.

Ma il nome del paese è comune. 

Il mio amico polacco dice che ce n'è dozzine. 

E così non ho mai saputo dove piantasti il piede, la radice, e di parlarti non mi è mai rifiscito. 

La lingua mi si attaccava al palato, presa in trappola dal filo spinato. 

Ich, ich, ich, ich, e sempre mi bloccavo lì. 

Ogni tedesco mi sembrava tè e la lingua era oscena, una locomotiva, un treno che mi portava via ciuff ciuff come un ebreo. 

Un ebreo ad Auschwitz, Belsen, Dachau. 

Ho cominciato a parlare da ebrea. 

Potrei anche esserlo, ebrea. Le nevi del Tirolo, la birra chiara di Vienna non sono cosi genuine e pure. Con l'ava zingara e la mia strana sorte e il mio mazzo di tarocchi, le mie carte, un po' ebrea lo sono forse.

Mi hai sempre fatto paura, tu, con la tua Luftwaffe, il tuo ostrogoto, il tuo baffetto ben curato, l'occhio ariano, così blu. 

Uomo-panzer, uomo-panzer, ah tu...

Non Dio, una svastica piuttosto, così nera che il cielo si arresta. 

Tutte le donne amano il fascista, 

lo stivale in faccia, il brutale cuore brutale di un bruto par tuo. 

Nella foto che ho di tè papa, sei ritto davanti alla lavagna. 

Invece del piede hai il mento fesso, ma sei un diavolo lo stesso, sei sempre l'uomo nero che azzannò e squarciò in due Il mio cuore rosso. 

Ti seppellirono che avevo dieci anni. 

A venti cercai di morire e tornare, tornare, tornare da tè. 

Anche le ossa potevano bastare. 

Ma mi tirarono fuori dal sacco, e mi rincollarono pezzo su pezzo. 

E allora capii cosa fare. 

Mi fabbricai un modello di tè, un uomo in nero con un'aria da Meinkampf, un amante del bastone e del torchio.

E pronunciai il mio sì, il mio sì. 

Eccomi dunque alla fine, papa. 

Il telefono nero è strappato, sradicato, le voci non ci strisciano più. 

Se ho ucciso un uomo, ho fatto il bis...

Il vampiro che si spacciò per tè e mi succhiò il sangue per un anno, per sette, se proprio vuoi saperlo, va'! Torna pure nella fossa, papa.

C'è un palo nel tuo cuoraccio nero e a quelli del paese non sei mai piaciuto. Adesso ballano e ti pestano coi piedi. Che eri tu l'hanno sempre saputo. Papa, papa, bastardo, è finita."

 Pag. 837

 Circo a tre piste

 "Sotto la tenda da circo di un uragano progettato da un dio ubriaco il mio prodigo cuore esplode ancora in una furia di pioggia color champagne e i frammenti prillano come una banderuola tra gli applausi delle angeliche schiere. 

Ardita come la morte e disinvolta invado la mia tana del leone; una rosa di rischio mi fiammeggia nella chioma, ma schiocco la frusta con mortale bravura e difendo con una sedia le mie ferite perigliose mentre hanno inizio i morsi d'amore, 

 Come Mefistofele beffardo, celato nelle vesti di un illusionista, il mio demone fatale volteggia su un trapezio, tra un turbinio di coniglietti alati, per poi sparire con diabolica scioltezza in un fumo che mi brucia la vista."

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Evgenij Evtušenko - Poesie (I garzanti)

Trad. Alfeo Bertin

Pag. 114-115

Sempre si trova

"Sempre si trova la mano di una donna che, fresca e lieve, compatendo e un poco amando, come un fratello ti quieti. Sempre si trova il seno di una donna, dove trovi rifugio il tuo respiro ardente, dove nascondere la tua testa dannata, e affidargli il tuo sonno ribelle. Sempre si trovano occhi di donna, che lenendo tutti i tuoi affanni, o se non tutti, una parte, vedano la tua sofferenza. Ma fra tutte queste dolci mani, una ve n'è, che ha una speciale dolcezza, quando una fronte tormentata sfiora, come l'eternità, il destino. Ma fra tutti i seni di donna, uno ve n'è (e il perché non si sa) che non per una notte, ma per sempre ti è dato, e questo tu l'hai capito già da gran tempo. Ma fra tutti gli occhi di donna ve ne sono il cui sguardo è sempre melanconico, e sono questi, fino agli ultimi tuoi giorni gli occhi del tuo amore e della tua coscienza. E tu vivi malgrado te stesso, e non ti basta soltanto quella mano, soltanto quel seno e quegli occhi sacri che tu tante volte hai tradito! Ed ecco la punizione comincia. Traditore! — la pioggia ti schiaffeggia. Traditore! — i rami ti sferzano il viso. Traditore! — l'eco si ripercuote nel bosco. Tu ti agiti, ti tormenti, ti affliggi. Tu stesso non saprai perdonarti. E soltanto quella mano diafana, sebbene sia ben grave l'offesa, perdona, e soltanto quello stanco seno perdona adesso e anche in futuro perdonerà, e soltanto quegli occhi tanto tristi perdonano ciò che perdonare è impossibile."

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Domenico Musti - Storia greca (Ed. Laterza & figli)

Pag. 117-118

 

"Il pántheon greco.

Nel corso dell'età arcaica si va costituendo, entro i confini del politeismo greco, una sorta di canone delle dodici divinità maggiori, un dodekátheon, comprendente sei divinità maschili (Zeus, Posidone, Ares, Efesto, Apollo, Ermes) e sei femminili (Era, Atena, Demetra, Afrodite, Artemlde, Estia). Attorno ad essi, una folla di divinità minori, qualcuno delle quali destinata a guadagnarsi un posto nel dodekátheon a scapito di qualche altra, meno dotata di tratti personali definiti e di un contesto mitologico adeguato (ad es. Dioniso al posto di Estia). Come, dove e quando si sia formata questa selezione all'interno della moltitudine di divinità greche è difficile dire; ed è diffidie persino capire la reale funzione religiosa e cultuale avuta da questo ristretto consesso. Le spiegazioni migliori sono, per questo importantissimo aspetto della cultura greca, quelle che puntano alla ricostruzione dei lunghi processi e tengono conto del concorso di esperienze cultuali diverse, nel complesso delle comunità greche, che hanno finito col produrre un livello di divinità maggiori, che i Greci cercano, in forma diversa, di riportare al numero di dodici. Questa delimitazione numerica riporta alla mente il ruolo che il numero ha avuto in altro ambito, quello delle grandi ripartizioni cittadine o di alcune delle più antiche forme di federazione religiosa o politica: si tratta di esperienze maturate nel corso dei 'secoli bui', si coglie quindi una forma mentale operante già alle origini, e all'interno della storia della città organizzata. In amplissima parte il dodekátheon, come sopra indicato, è in realtà già presente nell'épos omerico: tuttavia Demetra vi ha un ruolo minore, si ritiene perché dea dell'agricoltura in un contesto di imprese guerresche, ed Estia è totalmente ignota ad Omero; poiché, d'altra parte, Dioniso non appartiene al dodekátheon, almeno a quello originario, la selezione delle dodici divinità dovrebbe essere avvenuta, secondo alcuni, solo tra l'età di Omero e il VI secolo (che è già di grande affermazione di Dioniso). Si può forse concordare sulla cronologia di questo gruppo di dodici dei, ma l'idea appare più radicata, per le ragioni prima indicate. Si tende anche talora ad attribuire all'épos, e alla cultura ionica in generale, un ruolo determinante nella definizione del politeismo greco, almeno nella sua suprema gerarchia, nelle ricostruzioni più tradizionali della storia della religione greca; e questo è solo un aspetto di un approccio, diremmo, di tipo etnico al problema, che mira a riportare le origini del complesso politeismo greco ai vari protagonisti e ai diversi momenti delle migrazioni greche, nonché all'incontro dei Greci con i popoli mediterranei preesistenti nell'area e perciò al sostrato religioso mediterraneo, o all'adstrato e all'apporto di civiltà che convissero e interferirono con quella greca."