III sec. a.C al I sec. d.C

Catullo - Le poesie (Garzanti)

Pag. 187 (Trad. Mario Ramous)

"Pianga Venere, piangano Amore e tutti gli uomini gentili: è morto il passero del mio amore, morto il passero che il mio amore amava più degli occhi suoi. Dolcissimo, la riconosceva come una bambina la madre, non si staccava dal suo grembo, le saltellava intorno e soltanto per lei cinguettava. Ora se ne va per quella strada oscura da cui, giurano, non toma nessuno. Siate maledette, maledette tenebre dell'Orco che ogni cosa bella divorate: una delizia di passero m'avete strappato. Maledette, passerotto infelice: ora per tè gli occhi, perle del mio amore, si arrossano un poco, gonfi di pianto."

 

Pag. 191-192 (Trad. Mario Ramous)

"Flavio, se l'amor tuo non fosse privo di grazia e di finezza lo vorresti dire a Catullo, non sapresti tacere. Ma certo tu ami qualche puttana malandata: per questo ti vergogni. Che tu non giaccia in solitudine la notte, anche se tace, lo rivela la tua camera fragrante di ghirlande e di profumi assiri, il cuscino gualcito da ogni parte, lo scricchiolare agitato del letto che trema tutto e non trova pace. Inutile tacere: non ti serve. Non mostreresti fianchi così smunti se non facessi un monte di sciocchezze. E allora quello che hai, bello o brutto, dimmelo. Voglio con un gioco di parole portare tè e il tuo amore alle stelle."

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Ovidio - Lettere di eroine (Bur)

Pag. 209-211-213-215-217-219 (Trad. Giampiero Rosati)

Arianna a Teseo

"Colei che fu abbandonata alle fiere, o Teseo malvagio, è ancora viva; e tu di fronte a ciò vorresti estere indifferente? Ho trovato più mite di te ogni razza di fiere: a nessuna peggio che a te avrei potuto esser affidata. Quello che leggi, o Teseo, te lo mando da quella spiaggia da dove le vele portarono via, senza me, la tua nave, dove il mio sonno malamente mi tradì, e tu con esso, tu che con l'inganno insidiasti il mio sonno. Era l'ora in cui la terra comincia a cospargersi di cristalli di brina, e sotto il fogliame gli uccelli iniziano il loro lamento. Sveglia soltanto in parte, nel torpore lasciato dal sonno, sollevandomi appena, mossi le mani per abbracciare Teseo - non c'era più! La paura mi scosse dal sonno: balzo su, atterrita, e il mio corpo si slancia fuori dal letto abbandonato. Subito allora il mio petto risuonò sotto i colpi delle mani, e mi strappai i capelli, scarmigliati com'erano dal sonno. C'era la luna: guardo se vedo qualcosa, oltre alla spiaggia; ma oltre alla spiaggia gli occhi non hanno altro da vedere. Corro ora qua, ora là, e sempre senza una meta: la sabbia alta rallenta i miei passi di fanciulla. Intanto per tutta la spiaggia chiamavo «Teseo!»; le rupi incavate mi rimandavano indietro il tuo nome, e tutte le volte che io ti chiamavo, il luogo stesso chiamava: anche il luogo voleva portare aiuto a me infelice. C'era un monte: arbusti radi si vedono in cima: di lì si protende uno scoglio corroso dalle onde roche. Vi salgo — il coraggio mi dava la forza — e cosi per ampio tratto misuro con lo sguardo la distesa del mare. Di lì — perché anche i venti mi sono stati crudeli — vidi le tue vele gonfiate dal soffio impetuoso di Noto. O le vidi, o come se pensassi di vederle, diventai più fredda del ghiaccio, e quasi priva di vita. Ma il dolore non mi lascia a lungo inebetita: mi risveglia, mi risveglia e allora chiamo Teseo con tutta la mia voce. «Dove fuggi?» grido; «torna indietro, Teseo scellerato! Volgi la nave! essa non è al completo!» Cosi dicevo, e quel che alla voce mancava lo supplivano i colpi sul petto: i colpi si mescolavano alle mie parole. Perché tu potessi almeno vedermi, se non udirmi, ti feci larghi gesti agitando le braccia, e misi un velo bianco sulla cima di un lungo ramo per richiamare chi certamente mi aveva scordata. Ma ormai eri stato sottratto ai miei occhi, e allora alfine piansi: le mie tenere guance fin allora le aveva intorpidite l'angoscia. Che altro dovevano fare i miei occhi, se non piangere sulla mia sorte, dopo aver cessato di vedere le lue vele? Nella mia solitudine andai errando, con i capelli sciolti, come una menade agitata dal dio Ogigio, oppure, lo sguardo perduto sul mare, sedetti agghiacciata sopra uno scoglio, e come sedevo sopra una pietra, anch'io divenni di pietra. Spesso ritorno al letto che ci aveva accolti ambedue ma che non ci avrebbe più offerto accoglienza, e tocco le tue impronte — questo solo posso. in mancanza di te — e le coperte che un tempo si scaldavano al contatto con le tue membra. Mi getto sul letto inondato dal pianto versato e gli grido: «In due ti abbiamo occupato, due facci tornare! Siamo venuti qui insieme; perché non andiamo via insieme? O letto infedele, dov'è la parte maggiore di noi?». Che fare? dove andare, da soia? L'isola è incolta: non vedo lavori di uomini, non lavori di buoi. Da ogni lato la terra è cinta dal mare; ovunque, non un marinaio, né una nave avviata a seguire le incerte rotte marine. Ma mi si dessero pure i compagni, i venti, una nave: dove potrei andare? La terra di mio padre mi nega l'accesso. Anche se, su una nave fortunata, solcassi il mare tranquitto e Eolo frenasse i suoi venti, io sarò sempre in esllio. No, io non ti vedrò più, o Creta divisa in cento città, terra conosciuta da Giove bambino! mio padre, Infatti, e la terra governata dal mio giusto padre — nomi a me cari! — sono stati traditi da una mia azione, quando per impedire che tu, vincitore, morissi nel tortuoso palazzo, ti consegnai come guida il filo che indirizzasse i tuoi passi. Allora tu mi dicevi: Siamo vivi, eppure, o Teseo, non sono tua, se solo è viva una donna sepolta dall'inganno di un uomo spergiuro! Anche me dovevi uccidere, o crudele, con la clava che uccise mio fratello, e la promessa che avevi fatto sarebbbe stata sciolta dalla mia morte. Ora io considero non solo ciò che son destinata a soffrire, ma tutto quello che può soffrire una donna abbandonata. Mi vengono alla mente mille modi di morire e la morte mi è meno penosa dell'attesa della morte. Ecco, mi aspetto già che di qua o di là verranno i lupi a dilaniare con avidi denti le mie viscere. Chissà se questa terra nutre anche fulvi leoni? O forse l'isola ha anche tigri crudeli, e il mare si dice che rigetti sulla spiaggia enormi foche. E chi può impedire che delle spade mi trafiggano il fianco? Che non mi accada, soltanto, di esser legata, prigioniera, in dure catene e filare, con mani di schiava, pesanti conocchie, io che ho come padre Minosse, come madre la figlia di Febo, e — cosa che più di ogni altra ricordo — che a te fui promessa. Se guardo il mare, la terra e la distesa del lido, molti pericoli mi minacciano sulla terra, molti sul mare. Mi restava il cielo, ma temo i fantasmi degli dèi! Sono abbandonata come preda in pasto alle fiere rapaci. Se questa terra è abitata e coltivata da uomini, non mi fido di loro: l'offesa subita mi ha insegnato a temere gli uomini stranieri. Oh, fosse ancora vivo Androgeo, e tu, terra Cecropia, non avessi espiato le tue empie azioni con la morte dei tuoi figli; e la tua destra, levatasi in alto, non avesse, o Teseo, immolato con una clava nodosa colui che in parte era uomo e in parte era toro; e non ti avessi io dato il filo che ti indicasse il ritorno, quel filo via via raccolto dalletue mani tratte a te! Non mi stupisco, davvero, se è tua la vittoria, e l'anlmale, abbattuto, coprì la terra di Creta: le sue corna non potevano trafiggere il tuo cuore di ferro; il tuo petto era al sicuro, anche senza riparo! Lì dentro portavi una selce, portavi l'acciaio; lì dentro hai Teseo, che vince in durezza le selci! Ah, sonno crudele, perché mi hai trattenuta nell'inerzia? oppure una volta per tutte doveva scendermi addosso una notte senza fine! Crudeli anche voi, o venti, e troppo ben disposti, e voi brezze, zelanti nel provocare il mio pianto! Crudele la mano destra, che ha ucciso me e mio fratello, e il giuramento — parola vuota — dato alla mia richiesta! Contro di me hanno congiurato il sonno, il vento, la fedeltà mancata: tre cause hanno tradito una fanciulla! E cosi non vedrò, in punto di morte, il pianto di mia madre, e non ci sarà chi chiuda con le dita i miei occhi? Se ne andrà la mia anima infelice nell'aria di una terra straniera e una mano amica non ungerà le mie esanimi membra? Sulle mie ossa insepolte si poseranno gli uccelli del mare? Questo è il sepolcro degno dei miei benefici? Tu andrai ai porti di Cecrope, e quando, accolto nella tua patria, sarai là in alto davanti alla folla e racconterai l'impresa gloriosa della mone dell'uomo-toro e del Palazzo di roccia tagliata in percorsi tortuosi, racconta anche di me, abbandonata «in una spiaggia solitaria: non devo esser sottratta ai tuoi titoli di gloriai! Non ti è padre Egeo, non sei figlio di Etra, nata da Pitteo: le rocce e il mare ti hanno generato! Ah, avessero voluto gli dèi che mi vedessi dall'alto della poppa! il mio aspetto desolato avrebbe commosso il tuo volto! E anche adesso, non più cogli occhi ma con la mente (con cui puoi) guardami seduta sopra uno scoglio che l'onda incostante percuote. Guarda i capelli sciolti, come li ha una persona che piange, e le mie vesti impregnate di pianto come sotto la pioggia! Il mio corpo trema come le spighe battute dall'aquilone e le lettere che traccio vacillano al tremito delle mie dita. Io ti supplico non per i miei benefici, che non sono andati a buon fine: nessuna grazia mi sia dovuta per la mia azione; ma nemmeno una pena! Se non sono io la causa della tua salvezza, non c'è neppure ragione che tu sia per me causa di morte. Queste mie mani stanche per aver tanto colpito il triste petto io, infelice, a te le tendo al di là del mare immenso; e questi capelli che mi restano io, desolata, ti mostro. Per le mie lacrime, che la tua azione mi ha fatto versare, ti prego, piega la nave, o Teseo, volgi le vele e ritorna! Se sarò morta prima, raccoglierai almeno le mie ossa."

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San Paolo di Tarso - Le più belle poesie di tutti i tempi (Barbera editore)

Pag. 14-15

Dalla prima lettera ai Corinzi

"Se anche parlassi la lingua degli uomini e quella degli angeli, ma non avessi l'amore, sarei come un tamburo di latta, un cembalo tintinnante. E anche se avessi il dono di leggere nel futuro e conoscessi i misteri della vita e della scienza, e possedessi la pienezza della fede così da scuotere le montagne, ma non avessi l'amore, non sarei nulla. E se pure donassi tutte le mie sostanze e sacrificassi il mio corpo sulla pira, ma non possedessi l'amore, a niente varrebbe. L'amore è paziente, è benigno, non è affatto invidioso, non si vanta, non è tronfio, non manca di rispetto, non mira al suo interesse, non perde il controllo, non si cura del male rivevuto, non gode di fronte alle ingiustizie, ma ama la verità. Tutto ricopre, a tutto presta fede, di tutto è speranzoso, ogni cosa sopporta. L'amore non avrà fine. Le profezie finiranno in nulla, le parole degli uomini si disperderanno e la scienza si dissolverà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta è la nostra comprensione del futuro. Ma quando giungerà il tempo di ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand'ero un bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto adulto, ciò che era infantile me lo sono messo alle spalle. Ora vediamo le cose confusamente, come attraverso un vetro opaco, ma quando sarà il momento vedremo ogni cosa distintamente. Ora conosciamo in modo imperfetto, ma giunta l'ora conosceremo perfettamente. Queste sono le tre cose che rimangono alla fine: la fede, la speranza e l'amore. Ma di tutte la più grande è l'amore."