1923 - 1927

Wislawa Szymborska - La gioia di scrivere (Gli Adelphi)

 

La gioia di scrivere

 

Pag. 183-185 (Pietro Marchesani)

 

"Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scrittache riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola «bosco».

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino, pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io, si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale."

 

In rime banali

 

pag. 13 (Trad. Pietro Marchesani)

"È una gran gioia: fiore accanto a fiore,
i rami degli alberi nel cielo puro,
e una più grande: domani è mercoledì,
arriverà una tua lettera di sicuro,
e ancora più grande: trema la busta,
è buffo leggere nelle macchie del sole,
e ancora più grande: solo una settimana,
ormai soltanto quattro giorni d’attesa,
e ancora più grande: la valigia
l’ho chiusa con mia vera sorpresa,
e ancora più grande: un biglietto
per le sette, sì, grazie signora,
e ancora più grande: nel finestrino
i paesaggi corrono velocemente,
e ancora più grande: è più buio, è buio,
stasera saremo insieme finalmente,
e più grande ancora: apro la porta,
e più grande ancora: quando lì davanti,
e ancora più grande: fiore accanto a fiore.
– Perché ne hai comprati cooosì tanti?"

 

Pag. 735 (Trad. Pietro Marchesani)

 

Metafisica

 

"È stato, è passato. 

È stato, dunque è passato. 

In una sequenza sempre irreversibile, poiché tale è la regola di questa partita persa.

 

Conclusione banale, inutile scriverne, se non per il fatto incontestabile, un fatto per i secoli dei secoli, per l'interò cosmo, qual è e sarà, che qualcosa è stato davvero, finché non è passato, persino il fatto che oggi hai mangiato gnocchi con i ciccioli."

 

*****

 

Italo Calvino - Il barone rampante (Oscar Mondadori)

 

Pag. 70-71

 

"- È una bella casa, - dissi io.

- Oh, è ancora provvisoria, - s'affrettò a rispondere Cosimo.

- Devo studiarla meglio.

- L'hai costruita tutta da tè?

- E con chi, allora? È segreta.

- Io potrò venirci?

- No, mostreresti la strada a qualcun altro.

- II babbo ha detto che non ti farà più cercare.

- Dev'essere segreta Io stesso.

- Per via di quei ragazzi che rubano? Ma non sono tuoi amici?

- Qualche volta sì e qualche volta no.

- E la ragazza col cavallino?

- Che t'importa? - volevo dire se è tua amica, se ci giochi insieme.

- Qualche volta sì e qualche volta no.

- Perché qualche volta no?

- Perché o non voglio io o non vuole lei.

- E quassù, lei quassù, la faresti salire? 

Cosimo, scuro in volto, cercava di tendere una stuoia accavallata sopra un ramo.

- ... Se ci venisse, la farei salire, - disse gravemente.

- Non vuole lei? 

Cosimo si buttò coricato. - È partita.

- Di', - feci sottovoce, - siete fidanzati?

 

- No, - rispose mio fratello e si chiuse in lungo silenzio."

 

*****

 

Yves Bonnefoy - L'ora presente (Mondadori)

 

Pag. 15-16 (Trad. Fabio Scotto)

 

Un ricordo

 

"Sembrava molto anziano, quasi un bambino, 

Avanzava lentamente, stringendo con la mano 

Un brandello di stoffa inzuppato di fango. 

Ma con gli occhi chiusi.

Ah, non è vero 

Che credere di ricordarsi è il peggiore inganno, 

La mano che prende la nostra per perderci? 

Ma mi parve che sorridesse 

Allorché presto l'avvolse il buio. 

Mi parve? Certamente no, mi sbaglio, 

Il ricordo è una voce rotta, 

La si sente male, anche se ci si china. 

Eppure si ascolta, e così a lungo 

Che talvolta la vita passa. E che la morte 

Già dice no a ogni metafora."

 

Pag. 17-18 (Trad. Fabio Scotto)

 

Io ti offro questi versi...

 

"Io ti offro questi versi, non perche il tuo nome 

Possa mai fiorire in questo suolo povero, 

Ma perché tentare di ricordarsi, 

Sono fiori recisi, il che ha senso. 

Certi dicono, persi nel loro sogno, «un fiore», 

Ma significa non sapere che le parole tagliano, 

Se credono di designarlo, in quel che nominano,

Trasmutando ogni fiore in idea di fiore. 

Tranciato il vero fiore diventa metafora, 

Questa linfa che cola, è il tempo 

Che finisce di liberarsi dal suo sogno. 

Chi vuole avere, talvolta, la visita deve 

Amare in un mazzo che abbia solo un'ora, 

La bellezza non è offerta che a tal prezzo."

 

Pag. 25-26 (Trad. Fabio Scotto)

 

Due torri

 

"E accaduto così in fretta! Immaginate! 

Una torre, e di fronte se ne innalza un'altra, 

E due uomini, a due finestre, 

Che s'intravedono, prima e ultima volta! 

E per angoscia, immaginate! 

Per paura, 

Per desiderio di giustizia e d'assoluto, 

L'uno ha brandito un'arma!

L'altro è ferito, 

La stessa fiamma ha cinto i due volti. 

Cessa d'essere speranza ciò che non ha potuto 

Annientare l'abisso tra due torri. 

Ciò che avrebbe dovuto essere non sarà. 

Che l'uno viva; e che l'altro, di mattina, 

Raccolga la sua fatica, i suoi attrezzi, 

 

E s'allontani lungo le vie, nel suo silenzio!"

 

*****

David Markson - L'amante di Wittgenstein (Edizioni Clichy)

 

Pag. 11-12-13-14 (Trad. Sara Reggiani)

 

 

"In principio lasciavo messaggi nelle strade. Qualcuno vive nel Louvre, dicevano alcuni di questi messaggi. O nella National Gallery. Naturalmente dicevano così solo quando ero a Parigi o a Londra. Qualcuno vive nel Metropolitan Museum, dicevano quando ero a New York. Non è venuto nessuno, ovviamente. Alla fine ho smesso. A dire il vero, forse ne ho lasciati soltanto tre o quattro in tutto. Non ho idea di quanto tempo sia trascorso da allora. Dovessi tirare a indovinare, direi dieci anni. Ma è possibile che sia molto di più. E ovviamente per un certo periodo non sono stata in me, all'epoca. Non saprei dire per quanto, ma per un certo periodo. Non essere in sé. Un'espressione che, ora che mi trovo a usarla, sospetto di non aver mai compreso fino in fondo. Non essere in sé nel senso di pazzo, o non essere in sé nel senso di estraniato? In ogni caso non c'è dubbio che fossi pazza. Come quella volta, per esempio, che ho guidato fino a quel remoto angolo di Turchia per visitare il sito dell'antica citta di Troia. E non so perché desiderassi in partlcolar modo vedere il fiume, di cui pure avevo letto da qualche parte, che fluisce dalla cittadella al mare. Ho scordato il nome del fiume, che poi di fatto era un torrente fangoso. E comunque non intendevo dire che sfocia nel mare, ma nello stretto dei Dardanelli, che anticamente si chiamava Ellesponto. Nemmeno Troia si chiama più cosi, naturalmente. Ora si chiama Hissarlik. Sotto molti aspetti la visita è stata una delusione, essendo il sito sorprendentemente piccolo. In pratica si estendeva più o meno per un isolato di una normale città e si ergeva per pochi piani in altezza. Tuttavia dalle rovine si scorgeva il monte Ida, molto distante. Nonostante fosse primavera inoltrata, la cima era innevata. Qualcuno era andato a morire lassù, mi pare di aver lerro in una di quelle antiche narrazioni. Paride, forse. Il Paride che amava Elena, ovviamente, e che rimase ferito verso il termine della guerra. In realtà, quando mi trovavo a Troia, ho pensato più che altro a Elena. Aggiungerei che, per un pò, ho persino sognato che vi fossero ancora le navi greche tirate in secco. Be', dopotutto era un sogno innocuo. Da Hissarlik il corso d'acqua è forse a un'ora di cammino. Quello che avevo in mente di fare era attraversarlo a bordo di una semplice barca a remi, e poi entrare in Europa in auto attraverso la Iugoslavia. Almeno credo che fosse la lugoslavia. Ad ogni modo da quel lato del fiume si trovano monumenti ai soldati lì caduti durante la prima guerra mondiale. Dal lato su cui sorge Troia si trova un monumento eretto nel punto in cui Achille è stato sepolto, tanto tempo fa. O dove si dice che Achille sia stato sepolto. Comunque sia, trovo straordinario che dei giovani siano morti là tanto tempo fa, durante una guerra, e sempre là siano morti di nuovo tremila anni dopo. In ogni caso ho cambiato idea a proposito di attraversare l'Ellesponto. Volevo dire lo stretto dei Dardanelli. Quel che ho fatto in realtà è stato prendere una motovedetta e passare invece per le isole greche e Atene. Pur avendo a disposizione solo una pagina strappata da un atlante, invece di carte nautiche, ho impiegato soltanto due giorni, senza fretta, ad arrivare in Grecia. È fuori dubbio che gran parte di ciò che è stato detto a proposito di quell'antica guerra sia stato notevolmente esagerato. Tuttavia, certe cose toccano nel vivo. Come per esempio la vista del Partenone nel sole del tardo pomeriggio, un giorno o due dopo. È stato l'inverno in cui vivevo nel Louvre, credo. Quello in cui bruciavo manufatti e cornici per scaldarmi, in una stanza mal ventilata. Ma poi, ai primi segni di disgelo, cambiando veicolo ogni qualvolta finivo il carburante, ho imboccato la via del ritorno passando per la Russia centrale. Tutto questo è indiscutibilmente vero, sebbene, come ho già detto, sia accaduto molto tempo fa. E sebbene, come pure ho eetto, avrei potuto essere pazza. Eppure non sono affatto sicura di essere stata pazza quando ho guidato fino in Messico, prima di tutto questo. Forse prima di allora. Per far visita alla tomba di un figlio che avevo perso, molto prima che tutto questo iniziasse, di nome Adam. Perché ho scritto che il suo nome era Adam? Simon, così si chiamava mio figlio. Non essere in sé. Nel senso che può anche capitare di dimenticarsi il nome del proprio unico figlio, che a quest'ora avrebbe trent'anni? Trenta forse no. Diciamo ventisei, o ventisette. Quindi io ho cinquant'anni? C'è un solo specchio qui, in questa casa su questa spiaggià. Lo specchio dice che ne ho circa cinquanta. Anche le mie mani. Si comincia a vedere dal dorso delle mani. Per contro, ho ancora le mestruazioni. Non sono regolari, per cui spesso durano settimane e poi non tornano finché non mi sono quasi dimenticata di loro. Forse non ho più di quarantasette o quarantotto anni. Sono sicura di aver provato a tenere un conto approssimativo, una volta, forse basandomi sui mesi, ma più probabilmente sulle stagioni. Solo che non ricordo più nemmeno quand'è che ho capito di aver perso il conto già da un pezzo. Credo che fossi sul punto di compiere quarant'anni, quando tutto questo ha avuto inizio. I messaggi li scrivevo con la vernice bianca. Enormi lettere in stampatello, agli incroci, dove chiunque passasse avrebbe potuto vederle. Naturalmente ho bruciato manufatti e altri oggetti anche quando vivevo al Metropolitan Museum. Alimentavo il fuoco incessantemente, d'inverno. Quel fuoco era diverso dal fuoco che avevo al Louvre. Il posto in cui avevo scelto di accenderlo, al Metropolitan Museum, era l'atrio, proprio nel punto da dove si entra e si esce."